Una verità non più nascosta

Una verità non più nascosta

Primo passo verso la condanna di Iliescu

Tra qualche ora in Romania comincerà, come in tanti paesi europei, la complicata campagna ufficiale di avvicinamento alle elezioni europee. Una strada irta di ostacoli dove gli esacerbanti nazionalismi e la corrente puramente sovranista sembrano star diffondendosi a macchia d’olio nell’intero Vecchio Continente. A Bucarest, dove solo recentemente il regime dittatoriale è sparito, la procura militare rumena ha annunciato la conclusione dell’inchiesta giudiziaria su personaggi politici spesso etichettati come portatori della democrazia nell’establishment post-sovietico: tra questi, Ion Iliescu, primo presidente della Repubblica di Romania. Spesso Iliescu è stato dipinto come il liberatore della patria, tanto da assumere l’incarico di primo cittadino della Romania per ben tre volte a distanza di pochi anni, alla fine del 1989, nel 1992 e nel 2000.

Per tanti anni il sanguinoso regime di Ceauşescu è stato accusato ingiustamente dell’uccisione di circa 600 persone nei giorni di transizione dalla dittatura sovietica al nuovo governo democratico. Sembra quasi paradossale utilizzare l’aggettivo “ingiusto” in una frase in cui ad essere soggetto ad accuse è un regime che ha sulla coscienza la morte di migliaia di persone. In quel determinato frangente, però, qualcun altro decise di far peggio; e ci sono voluti quasi 30 anni per arrivare alla conclusione che il “democraticoIliescu, ed i suoi collaboratori, si fossero resi artefici, successivamente alla fuga dei coniugi Ceauşescu il 22 dicembre 1989, di una campagna di disinformazione e sparatorie caotiche per creare fobie, esaltazioni e psicosi generalizzate che avrebbero reso più facile la presa di potere. Come sottolineato anche dall’attuale presidente in carica Klaus Iohannis, così come è evidente la bontà nel collocarsi quali acerrimi nemici di sanguinose dittature come quella vissuta dalla Romania dopo la Seconda guerra mondiale, è importante anche prendere le distanze dai crimini e dai criminali della Revoluţia.

Iliescu, inoltre, è accusato anche di aver permesso (o addirittura guidato) la strage della Mineriada del giugno 1990 che portò all’uccisione di 6 persone con armi da fuoco (secondo stime ufficiali non affidabili al 100%) e al ferimento di migliaia di persone; a ciò va aggiunto un gran numero di arresti per motivi politici di parte dell’elettorato attivo e passivo che protestava incessantemente contro l’esito delle elezioni di maggio 1990, ritenute pilotate dai deboli partiti di opposizione. L’augurio è che le associazioni dei parenti delle vittime delle Mineriadi (purtroppo non ve n’è stata solo una, si è semplicemente citata la più famosa) ora stiano, se non festeggiando, almeno compiacendosi dell’outcome pervenuto dalla procura militare. E che in quella Piaţa Universitate dove spesso mi è capitato di vagare durante il mio soggiorno Erasmus (e dove, tra l’altro, è presente una delle associazioni di cui sopra) si sia accolta festosamente la notizia della condanna di Iliescu, così come si era fatto in quel non troppo lontano 22 dicembre 1989 con l’annuncio dell’imminente fine della dittatura.

Così, con fiducia, ogni persona che si identifica nella vera democrazia, si porrà ora in attesa della finalizzazione dei processi nei confronti dei leader della Rivoluzione. Processi che avranno, se l’apparato giudiziario seguirà il giusto percorso, un esito scontato: la condanna definitiva degli artefici di crimini contro l’umanità.

La decisione della procura militare di Bucarest, avvenuta in un periodo in cui ci avviciniamo ad una delle più importanti tornate elettorali europee degli ultimi anni, fa ben sperare: la consapevolezza della pravità di affidarsi ad attori politici che millantano uno status democratico sostenendo l’esigenza di controllo ed ordine e negando al contempo i principi basilari della libertà potrebbe, in questo mese che ci separa dalle elezioni, radicarsi più forte nelle menti degli elettori.

Il calo del gradimento della popolazione rumena nei confronti del Partito Socialdemocratico, di cui Iliescu continua ad essere presidente onorario, sembrerebbe dare manforte alla corrente sovranista e beceramente populista. Infatti, il PSD è un partito membro del PSE, quest’ultimo al timone di una nobile crociata contro gli esacerbanti nazionalismi, ma che a volte si dimentica di appoggiare più o meno indirettamente governi che, pur associandosi ad un differente “colore politico” rispetto a quello dei sovranisti, risultano autori di crimini e politiche nefaste. L’auspicio è che la comunità locale sappia andare incontro ai veri valori democratici, prendendo le distanze dalle ideologie estremizzate. Che è un po’ quello che ci si augura anche qualche migliaio di chilometri più ad ovest.


Geopolitica Economica: separatore
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Gianfranco Pepe

Sono Gianfranco Pepe, un neolaureato neo-25enne con tanta voglia di immergersi attivamente nell'intricato, ma affascinante, mondo della politica internazionale.

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