Un Resultado Malo por España

Un Resultado Malo por España

Una nuova non vittoria e la governabilità è a rischio.

La Spagna è tornata al voto, per la quarta volta in 4 anni, la seconda in 9 mesi. Dopo il fallimento di luglio con lo scioglimento del parlamento non c’è stata storia e il 10 novembre si è tornato alle urne. Ho contattato i miei ex colleghi poche ore prima del fatidico giorno e mi ha quasi sorpreso percepire quel misto tra delusione e rabbia. Se per noi italiani la disaffezione politica diffusa è quasi normalità, ciò che mi aveva stupito stando a Madrid era il coinvolgimento, l’attivismo e la voglia di esserne/farne parte, i dati sull’affluenza lo contraddicono. Alle 18, secondo quanto riportato dai media spagnoli, l’affluenza era del 56,86%, equivalente a un calo di quasi 4 punti percentuali rispetto al voto dell’aprile scorso, 60,7%.

Se in aprile le forze di sinistra avevano trionfato, pensando di averla spuntata sulla destra soprattutto sulla fazione estrema di Vox, sette mesi dopo la situazione sembra essersi quasi invertita. Vero è che il presidente in funzione ottiene una nuova vittoria ma non può festeggiare, perde per il cammino più di 800.000 voti e tre deputati mentre Vox in solo pochi mesi ha raddoppiato i seggi convertendosi nella terza forza del Congresso e nella sede del partito l’entusiasmo è alle stelle, anche il Partido Popular risale mentre Ciudadanos (Rivera ha annunciato le dimissioni e la sue intenzione di lasciare la politica) e Podemos collassano. Ne viene fuori una situazione sostanzialmente analoga: nessuno dei due blocchi, centrodestra (152) e centrosinistra (158), è in grado di formare una maggioranza (min 176 deputati) e quindi un nuovo stallo in Parlamento è una probabilità alta se non una certezza.

Come interpretare quello che è accaduto?

Le strategie sbagliate, la tensione in Catalogna e il timore di un’economia al ribasso sono sicuramente le cause più evidenti.

Cercare di recuperare i voti da Ciudadanos e dagli astensionisti non ha funzionato per il PSOE, anzi optare per una svolta verso il centro, sperando che questo potesse avere un reale effetto elettorale, ha semplicemente irritato maggiormente gli elettori dati i tentativi vani dell’ultima legislatura di raggiungere la stabilità. Nelle ultime settimane Sánchez ha tentato di ritoccare il tiro decidendo per esempio l’esumazione dei resti di Francisco Franco dalla Valle dei Caduti ma ha pesato evidentemente di più il non aver trovato, ma forse nemmeno cercato, l’accordo con Podemos di Iglesias. Inoltre, come sottolineato da Íñigo Errejón (ex cofondatore di Podemos che con Más PAÍS ha ottenuto solo 3 seggi, molto meno di quanto sperato ma il progetto è nato solo in Settembre), l’errore più grande è stato sottovalutare Vox. Se infatti molti hanno ritenuto fosse più giusto non replicare alle provocazioni di Abascal perché lo avrebbe aiutato, in bene o male purché se ne parla e quindi meglio non parlarne, non tenere in considerazione una forza che con la sua ascesa potrebbe e, sta già a dire il vero, condizionare la politica spagnola dei prossimi anni è preoccupante. Ad oggi con questo risultato Vox avrà la possibilità di dire la sua sui giudizi di incostituzionalità, un bel grande passo in avanti.

Geopolitica Economica:  Santiago Abascal leader dei Vox

– Seconda grande questione riguarda la crisi in Catalogna, di cui si è avvantaggiato soprattutto Vox: il partito si è mostrato il più intransigente nei confronti degli indipendentisti catalani. In ottobre la Corte Costituzionale ha condannato (per sedizione e appropriazione di fondi pubblici ma non per ribellione) 9 dei 12 leader indipendentisti del 2017 e un nuovo mandato di cattura internazionale è stato spiccato ai danni di Puidgemont, al momento in esilio volontario in Belgio. La decisione ha riacceso le tensioni tra Barcellona e Madrid e la questione catalana è stata al centro di tutta la fase pre-elettorale. Nel confronto televisivo tra i 6 leader la posizione di Abascal è stata quella più convincente chiedendo la revoca dell’autonomia al governo della regione, anche in questo caso invece Sánchez ha mostrato una propensione al dialogo, che ai più è sembrato un non voler prendere posizione.

Se della poco chiara situazione politica non sembra averne risentito, come più volte sottolineato, l’economia non vuol dire che una prolungata instabilità non possa avere effetti in tal senso in futuro. Il PIL è previsto in crescita, molto più alto della media europea; il PIL pro capite ha superato per la prima volta nel 2018, in termini di potere d’acquisto, quello italiano e il debito pubblico sebbene alto è in lenta discesa dal 2015 ma la piaga della disoccupazione, soprattutto quella giovanile, non sembra arrestarsi. A questo va sommato un leggero crollo nel flusso degli investimenti esteri, forse dovuto al rallentamento dell’economia globale (guerra commerciale) o forse primo reale sintomo di una stanchezza del mercato nei confronti di un’instabilità cronica.

Le soluzioni non sono molte, un’alleanza tra primo e secondo partito è altamente improbabile sia considerando che la cultura politica spagnola è poco incline a queste opzioni sia perché le dichiarazioni dei due leader la escludono a priori. Al momento anche un’alleanza tra le forze di sinistra non è facile: i rapporti con Iglesias sono complicati, un continuo accusarsi su chi fosse il responsabile dei mancati colloqui, toni forse troppo duri sono stati usati per poter pensare ad un accordo. Altri partiti inoltre minacciano la creazione dell’esecutivo, come ERC, gli indipendentisti catalani di sinistra, che già provocarono la caduta dell’ultimo governo Sánchez, bisognerebbe infatti puntare alla loro astensione. Eppure un governo stabile è una priorità, sia per non perdere la forza raggiunta in sede europea (Borrel come nuovo Alto Rappresentante degli Affari Esteri è l’esempio di questo traguardo) sia per dimostrare che un paese, da sempre abituato al bipolarismo ha saputo adattarsi all’emergere di nuove forze.

Proprio per allontanare il fantasma ultradestra franchista è notizia dell’ultima ora che Sánchez e Iglesias, nonostante i rapporti burrascosi degli ultimi mesi che hanno condotto alla nuova tornata elettorale, hanno stretto un accordo. Un accordo progressista e di larghe vedute. Accordo che però non garantisce governabilità, in quanto non risolve l’incognita dei numeri, come già dimostrato anteriormente, ma per il momento regna l’ottimismo testimoniato da un caloroso abbraccio tra i due leader.

Questa volta andranno fino in fondo?? Noi ce lo auguriamo.


Geopolitica Economica: separatore
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Ho 23 anni e mentre gestisco questo blog, sono in quel di Madrid, a circa 2200 km e 2 ore di distanza dalla mia amata città, Napoli. La città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, e mi sono laureata in Relazioni Internazionali, mossa da una strana e viscerale passione per gli intrecci geopolitici della società contemporanea.

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