Un nuovo ordine internazionale?

Un nuovo ordine internazionale?

La Guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina prosegue, tra minacce di ulteriori dazi e tagli alle forniture di terre rare (circa l’80% proviene dalla Cina), investendo non solo il settore commerciale e tecnologico ma anche quello della moneta. Trump ha da sempre sostenuto che le pratiche del gigante asiatico nelle politiche di scambio non siano del tutto trasparenti: la svalutazione dello yuan rispetto al dollaro ha sempre destato moltissima preoccupazione poiché è di tale debolezza che si nutrono i mercati. Ed è così che il deficit commerciale americano si è ampliato esponenzialmente.

L’altro fronte quello messicano appare invece risolto, le tariffe annunciate sono state sospese nella notte di domenica in virtù di un sopraggiunto accordo, cui contropartita è stata abbastanza consistente. Il Messico ha infatti dovuto accettare di dispiegare la  guardia nazionale lungo il suo confine meridionale per fronteggiate il flusso di migranti diretti negli Stati Uniti e in più aumentare l’importazione di prodotti agricoli americani.

Il Messico però in questo particolare contesto potrebbe ancora giocarsi le sue carte, la tensione tra occidente e oriente apre nuovi fronti e molti paesi potrebbero essere alla ricerca di nuovi mercati più convenienti e sicuri. Produzioni dalle quali attingere a costi vantaggiosi. Il tutto ovviamente se il paese riuscisse a risolvere e dirimere le tensioni interne e a svincolarsi dalla forte pressione americana. La clausola sulle importazioni non ha sicuramente aiutato in tal senso.

Tutto parte del programma di aiuti previsto dal segretariato americano all’agricoltura per sostenere il settore, colpito dalle perdite soprattutto della soia. Una tregua accettata dai farmers in quanto si sta rivelando ultra sostanziosa man mano che gli effetti dei dazi si accumulano.

Non è un caso infatti se anche il primo paese europeo nel mirino americano è la Francia con la sua produzione vinicola.  Secondo il Dipartimento di Stato ai viticoltori americani costa troppo entrare nel mercato europeo mentre i corrispondenti francesi hanno accesso privilegiato. Negli Stati Uniti, che sono i maggiori acquirenti di vino europeo, sono in vigore dazi di 5,3 centesimi di dollaro a 14,9 centesimi di dollaro sulle bottiglie standard, a seconda del paese di provenienza e della gradazione alcolica. L’Unione europea invece prevede dazi per il vino Usa importato che vanno dagli 11 centesimi di dollaro ai 29 centesimi a bottiglia. Già lo scorso novembre il Presidente aveva promesso provvedimenti e oggi, poco dopo l’incontro con Macron che sembrava aver rinsaldato la vicinanza dei due paesi, il rischio di aumento tariffario diventa più che reale.

Con tali intenzioni verrebbe messo a rischio tutto il comparto agroalimentare, pesce, burro, formaggi, olio di oliva, marmellate, vini, mandarini, liquori e olii essenziali. Tra questi, molti prodotti cari anche all’export made in Italy.

In questo contesto l’Europa potrebbe fare poco o nulla senza una politica comune, una vera chimera per l’Unione ad oggi. Senza coesione rischieremo di perdere forza contrattuale e quindi l’intera partita.

Il tutto è inoltre esacerbato dal blocco al sistema di risoluzione delle controversie dell’OMC. Trump ha infatti portato avanti un vero e proprio sabotaggio all’organizzazione rifiutandosi di rinnovare i membri dell’organo d’appello, l’ultimo grado di giudizio per le dispute in materia tariffaria, di dumping e concorrenza sleale. L’obiettivo ultimo è rendere cioè irrilevante il mandato dell’OMC per attuare una revisione del sistema. Ci siamo vicini: il mandato dei primi 4 membri del comitato, ricordiamo esserne 7, è scaduto già nel 2017, a dicembre scadrà quello di altri due, uno americano e uno indiano. Se non si dovesse rinnovare di fatto il comitato sarebbe inutilizzabile in quanto ogni caso viene assegnato a rotazione a tre giudici che decidono a maggioranza.

Da qui i dubbi dell’UE, l’obiettivo sembra più far fallire l’organizzazione che revisionarne la missione, fine che si propongono anche i 28 stati. Bisognerebbe ridefinire il ruolo assegnatogli, spesso si è andati oltre nelle decisioni entrando nel merito e si dovrebbe meglio calibrare le scadenze senza prolungare eccessivamente le consultazioni alle parti interessate ma la mancanza di proposte concrete, come pervenute da Europa , Canada o India, desta preoccupazione.

Una cosa è certa, non si può continuare a fare il gioco di chi guarda solo ai suoi interessi, la storia ha già visto degli interventi di questo tipo da parte americana e si conoscono molto bene gli effetti, è necessario intervenire per proteggere l’equità delle transizioni commerciali e dei servizi. In tal senso ha agito Bruxelles presentando, in occasione del G20 tenutosi in Giappone lo scorso fine settimana, una bozza di proposta in soccorso dell’operato dell’OMC. Di ciò non c’è voce alcuna nelle relazioni finali per esplicita volontà delle autorità americane ma sono trapelati comunque dettagli.

Si tratterebbe di una via alternativa: sfruttando la previsione dell’art 25 del trattato dell’OMC, si sceglieranno nuovi responsabili selezionati dagli attuali o ex arbitri per preservare la possibilità di ricorrere in ultima istanza e dirimere la controversia.

Anche se i dettagli sostanziali sono tutti da definire, i  paesi che decideranno di aderire al piano firmerebbero un accordo bilaterale in base al quale si impegnerebbero a rispettare la decisione arbitrale. La via alternativa, sostenuta tra gli altri anche da India, Canada, Turchia e Russia sarebbe avviata non appena l’organo di appello dell’OMC avrà meno dei tre membri, numero essenziale per il suo funzionamento.

Non ci resta che aspettare aggiornamenti.


Geopolitica Economica: separatore
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Ho 23 anni e mentre gestisco questo blog, sono in quel di Madrid, a circa 2200 km e 2 ore di distanza dalla mia amata città, Napoli. La città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, e mi sono laureata in Relazioni Internazionali, mossa da una strana e viscerale passione per gli intrecci geopolitici della società contemporanea.

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