Un’amicizia interessata

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Serbia – Repubblica Ceca: una partita importante nel calderone kosovaro

Si sa quanto sia complicato portare avanti una campagna elettorale, trovare un equilibrio tra toni alti e toni bassi, per non rendere lo scontro politico una faida pericolosa, e per non fare in modo che l’assenza di duelli provochi disinteresse generale.
Fare tutto questo in Kosovo, un Paese dilaniato dai contrasti interni (ed eterni), è ancora più difficile; e portarlo avanti in un momento storico in cui il tuo peggior nemico sembra stia avendo successo nel persuadere Stati, in precedenza tuoi alleati, nella campagna denigratoria nel tuoi confronti, pare essere ingestibile.

Nei giorni in cui il Kosovo si avvicina alle elezioni parlamentari, il presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman è stato accolto con gli onori di Stato nel Palazzo di Belgrado dove, tra una discussione e l’altra, è nuovamente salita alla ribalta la questione sull’indipendenza di Pristina. In una conferenza stampa tenuta dai presidenti ceco e serbo, Zeman si è dichiarato più che convinto dell’idea di rimettere in discussione il riconoscimento della nazione kosovara da parte della Repubblica Ceca avvenuta il 21 maggio del 2008, una possibilità, peraltro, abbondantemente dibattuta tra giuristi per la mancanza di un riscontro nel diritto internazionale.

Il presidente ceco, però, non è il primo capo di Stato ad aver avanzato un’ipotesi del genere. La tendenza alla disconoscenza kosovara è già in atto dal 2017 (bisogna comunque sottolineare come il primo Stato ad agire in questo senso fu Sao Tomè e Principe nel 2013. Alla sua decisione, però, non fece seguito alcuna emulazione), quando ad ottobre lo Stato del Suriname decise di revocare il riconoscimento dell’indipendenza di Pristina. Mesi dopo, lo stesso atto è stato disposto anche dal Burundi ed infine dal Togo qualche settimana fa, ultimo di 12 Stati.

Tutti Paesi, quelli citati, teatri di narcotraffico, rischio genocidi e violenze e dove è presente una scarsa inclinazione alla democrazia.
La decisione di Suriname, Sao Tomè e Principe ed altri, che nell’Organizzazione delle Nazioni Unite numericamente contano quanto una Spagna o una Svezia, non ha avuto una grande eco nella stampa internazionale per il peso di questi piccoli Paesi nelle relazioni internazionali.

È necessario sottolineare che la povertà diffusa, le casse statali in dissesto e le dittature rendono questi Stati facilmente fagocitabili da chi, con il potere del denaro, può riuscire a controllare la visione politica dell’establishment locale: ed è facile intuire quale attore statale stia dietro la Serbia e come questo possa promettere laute ricompense finanziarie, dando vita ad intrecci politico-economici poco trasparenti (si veda come la decisione del Suriname sia stata immediatamente successiva ad un incontro con ministri russi).

L’obiettivo dichiarato del presidente serbo Vucic è quello di ridurre la quantità di Stati che riconosce il Kosovo come indipendente a 96, un numero che corrisponderebbe a meno della metà degli Stati membri delle Nazioni Unite. In questo modo il suo piano di riconquista della regione kosovara avrebbe una legittimità che fino ad ora è apparsa sempre a dir poco discutibile.

Geopolitica Economica: Kosovo

Il fatto che a catapultarsi in questa vicenda sia ora uno Stato europeo, che tra l’altro ha conosciuto nella sua storia un’importante processo di secessione e che quindi dovrebbe sapere bene cosa significhi lottare per l’indipendenza, risulta grave. La tendenza nazionalpopulista-filorussa che ha spesso avvicinato la Repubblica Ceca al gruppo di Visegrad per una comune “differente” visione di democrazia non collima, come già detto, con il diritto internazionale.

Tutt’al più, quest’ultimo, sostiene la possibilità di congelare le relazioni diplomatiche o di ritirare il personale diplomatico. Per questa ragione, l’esecutivo di Praga, ed in particolare il ministro degli Esteri Petricek, si sono detti contrari all’idea di riaprire la questione, andando contro le parole del presidente della Repubblica.

Il sostegno alla Serbia di uno Stato come la Repubblica Ceca, diverso sia per benessere economico diffuso, sia per motivi politici nello scenario globale dagli altri Paesi che hanno ritirato il riconoscimento, potrebbe rivelarsi estremamente pericoloso: il rischio che anche gli altri Stati del gruppo Visegrad procedano nella stessa direzione è alto. Per fortuna, ad oggi, la Repubblica Ceca è una repubblica parlamentare ed il potere esecutivo e legislativo sono in mano a persone ricalcitranti all’idea avanzata da Zeman.
Nella speranza che quel kalashnikov (seppur una copia in legno) che brandiva l’attuale presidente ceco alla vigilia delle ultime elezioni presidenziali a Praga con cui “scherzosamente” minacciava i media che lo avevano ritratto come un dittatore, non sia fonte di ispirazione per chi crede che i diritti avanzati dai kosovari nel lontano 17 febbraio 2008 siano, in realtà, violabili.


Geopolitica Economica: separatore
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Sono Gianfranco Pepe, un neolaureato neo-25enne con tanta voglia di immergersi attivamente nell'intricato, ma affascinante, mondo della politica internazionale.

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