Open Arms: il caso dell’Estate

Open Arms: il caso dell’Estate

Ho la mia personalissima opinione su cosa si sarebbe dovuto fare, fin dal primo momento, in merito “alla serie dell’estate”, come alcuni personaggi di dubbia sensibilità hanno preferito appellare la tragedia dell’Open Arms, purtroppo la mia, simile a quella di tanti altri italiani, spagnoli e europei conta molto poco.
Le fila sono state mosse da burattinai politici cui ultimo interesse è garantire il rispetto del diritto umanitario, o più semplicemente mostrare umanità. Perché di questo si tratta: salvare un essere umano da una situazione di difficoltà, e per questo non c’è bisogno di cultura costituzionale, espressione che va molto di moda negli ultimi giorni, né tantomeno di grandi congetture.

Per tanti uomini di mare la legge è solo una: soccorrere (è quasi irrilevante che tale obbligo faccia capo a ben 4 Convenzioni che permeano il diritto internazionale del Mare, tra queste quella dell’UNCLOS del 1982). Il POS, place of safety, è stato più volte invocato dall’imbarcazione in questione per garantire nel modo più sollecito il recupero e lo sbarco in un luogo sicuro degli uomini a bordo, ma è stato ignorato. Prima nel silenzio ed indifferenza, poi nello sdegno generale.

Quello che era in ballo era molto più, semmai fosse possibile esprimersi in tal senso, di 100 persone che rischiavano la vita. Un paradosso se ci pensiamo: dopo aver superato un lungo calvario in Libia, sappiamo tutti, anche se facciamo finta di dimenticarcene, cosa succede nei centri di detenzione soprattutto a donne e bambini, dopo aver deciso di passare giorni e giorni in mare esposti a qualsiasi condizione meteorologica, e dopo un naufragio in acqua internazionale, toccare terra non dovrebbe essere per nulla complicato.

Peccato che l’imbarcazione che li ha raccolti, la suddetta Open Arms, non ha ricevuto autorizzazione di sbarco sull’isola di Lampedusa dal Governo Italiano che ha scelto di perseguire nella politica dei porti chiusi, cavallo di battaglia del Ministro degli Interni, Salvini. Uno slogan dal grande impatto mediatico perché solo di questo si tratta. Dal punto di vista giuridico i porti non sono chiusi (servirebbe un provvedimento ufficiale del Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture e non del Ministro degli Interni) e tantomeno, per fortuna, lo sono nella pratica, in caso contrario non si spiegherebbero vicende come quella della Sea-Watch. Si tratta della negazione dell’autorizzazione allo sbarco, circostanza che il diritto del mare legittima in caso di passaggio che “arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero1Articolo 19 della Convenzione di Montego Bay 1982. Se si trattasse di una reale volontà di difendere le nostre coste non si allenterebbe l’impegno sulle operazioni di ricerca e soccorso con il rischio di allentare il controllo sulle stesse frontiere e lasciare campo libero agli sbarchi fantasma.

A complicare la questione, già dopo una settimana di stallo, è arrivata la crisi di governo. Il caso passava così in secondo piano o meglio veniva utilizzato come arma per accuse e controaccuse, come se non si trattasse di persone a rischio ma di carne al macello del migliore offerente. Nel frattempo la Spagna, paese di bandiera della nave, si rifiutava di dare di sé l’immagine di unico porto sicuro chiedendo l’intervento della Commissione Europea, che sceglieva di adottare un basso profilo. La classica storia dello scarica barile.

Nel frattempo Oscar Camps, direttore dell’imbarcazione, ha scelto mostrando il pugno duro, come qualche settimana prima aveva fatto Carola Rackete a comando della Sea Watch, di chiamare in causa direttamente i Capi di Stato di Spagna, Francia e Germania, mettendo di fatto l’Unione Europea di fronte alle sue contraddizioni: i Presidenti si sarebbero dovuti appellare alla Commissione per far pressione sull’Italia in un quadro di assenza di politica comune. Solo contatti informali ma nessuna offerta da parte di uno dei 27 paesi per mettersi a capo delle operazioni di sbarco e redistribuzione. Un nuovo infinito empasse. I giorni ormai ammontavano a 13 e i naufraghi a 151, 39 in più recuperati in acque maltesi e 9 in meno, una donna e i suoi familiari accolti da Malta perché ad alto rischio sanitario.

Geopolitica Economica: Oscar Camps - direttore dell'Open Arms
Oscar Camps, direttore dell’Open Arms

Ferragosto è stata la prima data di svolta: il Tribunale amministrativo del Lazio con una visita a bordo appurava la necessità di celere sbarco per situazioni di grave emergenza. La Open Arms ha così fatto rotta verso Lampedusa ma nulla di fatto anche questa volta. Nessuna autorizzazione nonostante a questo punto già 6 paesi, Spagna, Francia, Germania, Portogallo, Romania e Lussemburgo, avessero concordato una redistribuzione. Nei giorni seguenti il Governo in funzione spagnolo (ricordiamo che anche i nostri vicini del Mediterraneo sono in una fase di empasse politica con Sánchez alla guida ma non una chiara maggioranza) ha offerto prima il porto di Algeciras e dopo quello più vicino Mahon, ma chiedere ai migranti di fare altri giorni in mare era davvero troppo. Un trasporto in aereo invece avrebbe accelerato il processo ma di questa ipotesi non si è mai parlato realmente. Alla notizia si sono manifestati i primi cedimenti psicologici con persone che gettandosi in acqua hanno tentato di raggiungere la costa a nuoto. Provate ad immaginare: siete allo strenuo delle forze, vedete terra e vi chiedono di rimettervi in viaggio. Sono convinta che la disperazione vi avrebbe fatto fare qualsiasi cosa pur di abbandonare la nave.

Dopo 19 giorni in mare finalmente gli 83 migranti ancora rimasti a bordo hanno trascorso la notte in un centro di raccolta. La decisione è arrivata il 20 agosto, dopo che al governo si era già consumata la crisi. “I naufraghi erano in condizioni emozionali estreme, esisteva un rischio individuale e collettivo”. Queste le parole del PM, Patronaggio, che hanno condotto al sequestro e sbarco della Open Arms. Chi ha assistito direttamente dal Porto di Lampedusa, e non parlo solo dei soccorritori ma anche di chi era in vacanza sull’isola o semplicemente lì ci vive e vi assicuro che a certe scene non ci si abitua mai, chi ha avuto modo di vedere le immagini, chi ha seguito le dirette della Ong, non fatica a credere a queste parole. Dopo i canti di gioia a bordo, dopo gli abbracci e sorrisi, dopo il “Bella Ciao” dei ragazzi dell’Azione Cattolica e dopo, Ahimè, il coro leghista, le gambe di alcuni hanno ceduto per la stanchezza, alcuni hanno manifestato i primi sintomi di uno shock post traumatico, il grado di attenzione è calato e la tensione si è manifestata tutta.
Da oggi si parlerà della redistribuzione, dell’indagine contro ignoti, della politica comunitaria. Da oggi fino al prossimo caso gettato nella fauci mediatiche. Ad oggi però, almeno per me, conta che i migranti siano a terra. Se lo sono è per opera di un’azione penale e non di uno sforzo politico, questo è il punto su cui credo sia necessario riflettere. Un procuratore che ricorda a tutti che la nostra Costituzione, più precisamente all’art 117, stabilisce l’obbligo di rispettare le Convenzioni Internazionali e che basta leggere il decreto per ricordarci che “l’obbligo di salvataggio delle vite in mare costituisce un dovere degli Stati e prevale sulle norme e sugli accordi bilaterali, finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare”.

Tutto i resto è slogan.


Geopolitica Economica: separatore
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Ho 23 anni e mentre gestisco questo blog, sono in quel di Madrid, a circa 2200 km e 2 ore di distanza dalla mia amata città, Napoli. La città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, e mi sono laureata in Relazioni Internazionali, mossa da una strana e viscerale passione per gli intrecci geopolitici della società contemporanea.

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2 Comments

  1. Lasciare persone a bordo di un’ imbarcazione per tanti giorni in condizioni deprecabili è un atto di estrema malvagità, la politica gli slogan cadono di fronte a tutto questo. nessun paese può far finta di nulla ne deve essere solo l’Italia ad accogliere, ci troviamo in una situazione di emergenza con nuovo lager a pochi chilometri dalle coste europee e cosa fa l’europa gioca a rimpiattino (poi non fatemi parlare di Salvini che ci marcia su da sempre) ? Non sono diversi questi leader europei dai bravi cittadini tedeschi che non vedevano quel che Hitler faceva agli ebrei. La storia si ripete di nuovo e la coscienza comune ormai non si smuove nemmeno più.

    1. Rivedere l’accordo di Dublino è una priorità. Il lavoro della nuova Commissione Europea dati gli equilibri geopolitici raggiunti, che sembrano confinare i populismi a forze di opposizioni (Spagna, Italia, e fino a prova contraria Regno Unito), deve essere improntato alla leale collaborazione. L’Italia non può e non deve essere lasciata sola, allo stesso modo essendo paese di sbarco non può venir meno al suo obbligo di salvare uomini in mare. Ho usato il termine uomini giustappunto perché a prescindere da razza, orientamento sessuale e religioso si tratta di esseri umani, verso i quali voltare le spalle è, come da lei sottolineato, un atto di crudeltà. Per fortuna la maggioranza di noi, avulsa da qualsiasi logica di potere e interesse altro, dimostra giorno dopo giorno di saper far meglio e prima di tante azioni politiche.

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