Noi il futuro!

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I giovani e la Conferenza Internazionale sul Clima

Il 23 Ottobre 2019 è una data che non dimenticherò, così come non la dimenticheranno altri 100 ragazzi provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo. Napoli è stata protagonista di un’iniziativa unica nel suo genere: ospitare gli eventi giovanili della Conferenza Internazionale sul Clima.

A Napoli gli eventi giovanili della Conferenza Internazionale sul Clima

Mentre si discuteva sulla necessità che questo appuntamento di rilevanza assoluta non saltasse a causa delle tensioni in terra cilena e varie città si candidavano per la sostituzione (è di pochi giorni fa la notizia che sarà Madrid ad ospitare regolarmente l’evento), nella sala dei Baroni del Maschio Angioino, a Napoli, giovani e rappresentanti del mondo istituzionale e scientifico elaboravano idee.

Il Ministero italiano dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare nella persona del Ministro Sergio Costa, che ha personalmente presenziato all’evento, ha scelto di puntare su nuovi punti di vista perché, se la sensibilizzazione al tema climatico è essenziale, ricercare soluzioni efficaci è la vera sfida.

Tra strategie green e promesse di neutralità energetica di parole ce ne sono tante ma di scelte sostenibili dal punto di vista ambientale ed economico ben poche. Se parlo di ambiente ed economia nella stessa frase è perché è importante sottolineare che l’obiettivo non è la demonizzazione dei modelli economici (anche se vedendo dove ci hanno condotto sarebbe il caso di rivederli) ma di trovare un equilibrio; un equilibrio che ci permetta di non dover rinunciare in toto al benessere raggiunto (nessuno lo farebbe) ma di preservare quel che resta delle risorse naturali per le generazioni future.

Niente di più e niente di meno di quello che dagli anni ’70 del secolo scorso veniva definito come sviluppo sostenibile. Se fino a questo momento abbiamo preferito ignorare le richieste di aiuto del Pianeta ora non possiamo più farlo. Da questa premessa sono partiti i lavori, ma è stata solo una premessa per poi lasciar andare il problema e pensare alla svolta.

Se infatti, ai fini della sensibilizzazione, parlare dei cambiamenti climatici, degli eventi estremi, delle plastiche nei mari potrebbe aiutare ad avere una percezione di ciò che sta accadendo alla massa degli abitanti del mondo, non è certo questo il compito che spetta ai decisori, e per una volta siamo stati noi a dover metterci nei loro panni. Ci siamo preparati come qualsiasi rappresentante al summit globale, abbiamo studiato la Convezione di Barcellona per la protezione del Mar Mediterraneo dai rischi dell’inquinamento, abbiamo valutato le cause dell’inefficacia del documento, dovute in maggioranza all’assenza di una reale unione del Mediterraneo, le possibili soluzione sul breve e medio termine e abbiamo poi provato ad estendere il raggio d’azione dal Mediterraneo al Mondo.

Global Climate Action Summit

Il fallimento del CLIMATE ACTION SUMMIT

Il fallimento a settembre del Climate Action Summit , vertice mondiale tra i capi di Stato e di governo, imprenditori, ONG, organizzati locali e attivisti per tariffa il punto sugli aspetti di ciascuno Stato nel combattere la crisi climatica, ha aggiunto anche urgenza.
L’incontro non ha portato a molti risultati se non il reiterato disinteresse da parte di Trump , concretizzazione della promessa di abbandono dell’Accordo di Parigi del 2015, e vagamente promessa da parte della Cina ma nessun impegno concreto per la riduzione della produzione di azioni inquinanti. Dall’esterno sembra molto semplice trovare una soluzione, nel pratico conciliare i diversi sensi di urgenza è ben più complicato.

Noi e il nostro piccolo contributo a qualcosa di grande

Abbiamo avuto modo di appurarlo nel nostro piccolo. Siamo stati divisi in 3 gruppi e ci è stato chiesto di pensare in modo innovativo a tre macro-temi:

  1. gestione delle risorse;
  2. azioni per la prevenzione del rischio ambientale;
  3. impegno e coinvolgimento giovanile.

Gruppi eterogenei per provenienza geografica ed accademica: chi rappresenta l’Italia in fase di negoziati a NYC, chi ha elaborato un primo modello di bio-fuel in Francia (non ancora brevettato ma che presto potrebbe esserlo), chi ha studiato l’impatto dei cambiamenti climatici sulle malattie umane, chi si è occupato di elaborare strategie per la somministrazione equa dei vaccini in Libano e che quindi di campagne di comunicazione se ne intende, ragazze israeliane che studiano come utilizzare il cyber per la protezione delle infrastrutture critiche minacciate dagli eventi estremi.

Il mio contributo, la conoscenza del mondo delle relazioni internazionali e come queste possano cambiare se sottoposte a dinamiche ambientali estreme, mi è sembrato quasi inutile se messo a confronto con i contributi degli altri giovani partecipanti, ma proprio il confronto, mi ha insegnato tanto. Esprimersi in inglese senza tergiversare, saper scendere a compromesso per la scelta di obiettivi più generali ma allo stesso tempo più inclusivi, elaborare nuove strategie comunicative per dimostrare quanto, invertendo il paradigma e proponendo un modello sostenibile dal punto di vista ambientale, che possa rivelarsi profittevole anche economicamente, questi lavori sono stati per me, una grande palestra di idee e formazione.

Un brain storming, una solution tree e una bozza di risoluzione

Noi e le nostre idee, alcune mai sentite prima, frutto anche di best practice dei paesi del Sud del Mediterraneo che continuiamo ad ignorare ma che sono, forse perché più liberi da condizionamenti politici, aperti a svolte per noi ancora impensabili. Tre piccole grandi soluzioni da adottare nel lungo periodo, perché se gli altri si sono occupati di come cambiare subito rotta, noi sappiamo che il vero cambiamento potrà arrivare solo quando a cambiare sarà l’intero sistema, e se l’intero sistema si basa sul potere economico allora perché non agire su di esso?

  1. Per ridurre la dipendenza da fonti non rinnovabili e debellare la cosiddetta carbon intensive economy il primo passo è fermare la concessione di sussidi fossil fuels, ebbene sì esistono ancora e sono una fetta consistente, per esempio, del bilancio energetico dell’Unione Europea. Ovviamente bisognerebbe convincere i governi e quindi garantire loro che l’apporto sarà ugualmente stanziato a loro favore se implementeranno scelte che andranno nella direzione esattamente opposta. Non perdere i soldi è un bell’incentivo al cambio di rotta? Lo vedremo.
  2. Trasformare l’ecolabing nell’unico marchio accettabile per i consumatori e quindi per i produttori.
  3. Il vero cambiamento deve però avvenire nella coscienza di ognuno di noi, come per tutto è necessario debellare il male dalla radice. Non serve più far conoscere le cause, gli effetti, ormai di tutto questo siamo bombardati (non voglio dire che sia un male), ma quali piccoli grandi gesti fanno la differenza e quindi bisogna partire dall’educazione. Come l’educazione civica è nelle scuole anche l’educazione ambientale dovrebbe esserlo. La proposta è di inserire nei piani ministeriali qualche ora settimanale fin dalle classi più piccole, perché è da piccoli che la nostra mente si forma ai comportamenti e distingue il giusto.

Niente di speciale, direte voi, eppure già sarebbe tanto. Niente di impossibile, ma vi stupirete di quanti ostacoli potremmo incontrare lungo la strada.

Noi e il nostro piccolo contributo a qualcosa di grande.

Noi e il sogno di poter dare la risposta ad un mondo che corre troppo veloce e che se ne infischia.

Noi, il frutto del passato che di noi non si è preoccupato e ancora.

Noi, che nonostante ci definiscano una generazione allo sfascio, siamo pronti a mostrarci pronti, forse superiori.


Geopolitica Economica: separatore
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Ho 23 anni e mentre gestisco questo blog, sono in quel di Madrid, a circa 2200 km e 2 ore di distanza dalla mia amata città, Napoli. La città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, e mi sono laureata in Relazioni Internazionali, mossa da una strana e viscerale passione per gli intrecci geopolitici della società contemporanea.

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