“No està posible pero es asì”

“No està posible pero es asì”

Sono al lavoro e non si parla d’altro che di Italia. Delle dichiarazioni shock di Salvini sul deficit e di quanto siamo sull’orlo di un precipizio. A volte vorrei dire qualcosa in difesa del mio Dulce Hogar, ma vi assicuro che è davvero difficile. Se una non caducazione del rating e una previsione di crescita basic per il 2019 hanno allontanato lo spettro di un sell-off prossimo, e le stime del PIL allo 0.2% hanno concesso una boccata di aria fresca, non possiamo non stare all’erta. In primis, perché la composizione del PIL deve essere analizzata per poter trarre delle vere e proprie conclusioni, al momento sappiamo infatti solo che, stando ai dati ISTAT, la domanda interna non è la matrice di questa “crescita” bensì lo è il saldo netto estero, le esportazioni in poche parole. L’unico fattore che in tempi nefasti ha sempre tirato. C’è però anche un altro modo di vedere la questione: non sono le esportazioni che tirano su la bilancia commerciale quanto le importazioni ad essere diminuite. Questo sarebbe un dato dolce amaro. Non una riabilitazione della crescita ma piuttosto una stabilizzazione, che date le previsioni è già un risultato più che spendibile agli occhi del mercato.

Ciò che preoccupa non è quindi il 2019, che andrà come andrà e cui rischi sono già in parte, ad eccezione di ribaltoni estremi, stati presi in considerazione dal  mercato, ma da novembre 2019 in poi quando l’attenzione sarà tutta sulla previsione di Deficit del 3.5%. Notizia fatta passare in sordina perché tanto c’è tempo per pensarci e, come dice Salvini, le previsioni della CE hanno spesso dimostrato  di non essere attendibili. Le conseguenze di una veridicità sarebbero però catastrofiche: rompere il tetto del 3% (sì, è vero è una soglia limite pattuita politicamente), classificarsi come paese UE con il maggior disequilibrio economico e senza controllo sul deficit strutturale, soprattutto ora che sono state implementate misure, quali il reddito di cittadinanza, che continuano a fare pressione giusto appunto su questo fattore. Una bomba ad orologeria.

Ogni mattina l’analista arriva con un nuovo grafico di analisi tecnica a mostrarmi quanto la dinamica di curva che sta seguendo l’Italia è potenzialmente più pericolosa di quella dello scorso giugno (all’indomani dell’accordo di governo e del relativo piano fiscale) ed ogni mattina mi ritrovo, anche senza capirci molto di pendenti e curve, a dovergli dare ragione. Più pericoloso come orientamento perché più razionale, non è una caduta brusca ma una caduta di 5 punti basici ogni due settimane, vuol dire che si sta valutando e apprezzando ogni volta il rischio, che è sempre più serio.

Se ci mettiamo che in questo contesto i partiti siano poi tornati in campagna elettorale e che, quindi, abbiano nuovamente assunto toni di aperto scontro con la cornice istituzionale europea, non dobbiamo meravigliarci di una situazione che anche gli altri paesi periferici si astengono dal considerare.

Geopolitica Economica: spread

Gli stessi spagnoli si stupiscono di agire come economia semi core, e sono gli stessi spagnoli, quelli che non soffrono della nostra stessa patologia di coprirsi gli occhi dinanzi ai problemi, a rendersi conto che effettivamente questa differenza negli spread tra i nostri due paesi non è giustificata, così come non lo è quella tra Italia e Grecia o Italia e Portogallo. Il tessuto industriale italiano non è paragonabile a quello tedesco o francese ma non ha nulla da invidiare, anzi, a quello inesistente greco o quello di un’economia piccola come la portoghese né tanto meno al meno connesso ed attivo della Spagna.

Venti punti basici di spread tra noi e la Grecia, non considerando problemi strutturali di entrambe e valutazioni di rating (in cui l’Italia è ancora favorita), sono tutti da ricondurre a crescita e riforme in tal senso promosse dal Governo. A breve, a ottobre 2019, ci saranno le Parlamentari in terra ellenica eppure la situazione sembra abbastanza tranquilla, l’obiettivo resta la crescita e si farà fronte comune a prescindere dalle dichiarazioni in campagna elettorale. Ecco cosa manca all’Italia.

Il confronto con la Spagna è ancor più ignobile, i titoli di stato italiani a 10 anni si apprezzano al giorno 15 maggio 2019 al 2.71 mentre gli spagnoli sono al di sotto della soglia dello 0.90, questo fa sì che la Spagna sia ipercomprata. Questo non vuol dire che la situazione interna sia florida, basti pensare ai tassi del debito privato, uno dei più alti d’Europa per non parlare della disoccupazione, ma cresce intorno ai 7 punti percentuali da quando è fuori dalla crisi. E la crescita dà sensazioni positive al mercato, si compra si vende, si muove l’economia e il rischio finanziario scende (il rating migliora).

Il Quid è la crescita, noi non riusciamo ad uscire dal torpore che ormai ci portiamo dietro da 20 anni, con livelli che si attestano all’1% massimo 2%.

Inoltre per uno spagnolo è impensabile vedere un italiano comprare Grecia, non è mai successo che un’entità finanziaria spagnola, anche nel momento peggiore della bolla immobiliare comprasse un altro paese periferico senza sostenere il proprio o rifugiarsi nei portafogli rifugio (ex: Germania).

Le soluzioni sono due: o presto finisce la magia spagnola o l’Italia si sveglia e comincia a cogliere che il problema è sempre lo stesso, da ormai troppi anni: ci finanziamo con il debito senza crescere.


Geopolitica Economica: separatore
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Ho 23 anni e mentre gestisco questo blog, sono in quel di Madrid, a circa 2200 km e 2 ore di distanza dalla mia amata città, Napoli. La città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, e mi sono laureata in Relazioni Internazionali, mossa da una strana e viscerale passione per gli intrecci geopolitici della società contemporanea.

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