L’ingombrante presenza dello status quo

L’ingombrante presenza dello status quo

Ucraina: cosa si nasconde dietro l’elezione di Zelens’kyj

Comico e Servo del Popolo. Sembra essere questo il modo con cui etichettare il nuovo e giovane presidente della Repubblica ucraina, Volodymyr Zelens’kyj. “Servo del popolo”, appellativo utilizzato in maniera più o meno coscienziosa, talvolta irritantemente, dai novelli vincitori di una battaglia elettorale. Il virgolettato, però, fa riferimento anche alla serie tv satirica che vedeva Zelens’kyj impersonare, con le vesti di protagonista, un insegnante scrupolosamente onesto che per caso vince le elezioni presidenziali. La vittoria “à la Reagan”, però, sembra essere tutt’altro che un caso, e i disegni russi ed americani sembrano aleggiare spaventosamente sul palazzo presidenziale di Kiev.

Zelens’kyj, per ora, è un “pig in a poke” mutuando da una scritta tatuata sul corpo di una femen introdottasi nel seggio del neoeletto il 21 aprile scorso. Niente descrive meglio la figura dell’attore di Kryvyj Rih, che ad una settimana dall’annuncio della vittoria non ha ancora rilasciato dichiarazioni più lineari sul rapporto bilaterale tra Russia ed Ucraina, motivo per cui viene tacciato, da alcuni politologi locali, di essere filorusso. Ed il volto nuovo della politica, che è riuscito ad intercettare il malcontento della popolazione locale sulle promesse disattese di un Porošenko che nell’ultimo anno si è concentrato più a preparare la sua strada per la ricandidatura anziché concretizzare la nobile causa dell’Euromajdan, ha creato un profilo personale da cui è difficile distinguere l’attore dal nuovo capo politico.

Una parte consistente degli elettori di Zelens’kyj ha deciso di votare quest’ultimo per scherno. Votare in maniera scherzosa, però, quando si parla di politica, può generare delle conseguenze pericolose; e diversamente dalla carriera  di recitazione, a Zelens’kyj manca una solida esperienza nello scenario politico; cosa che rischia di estromettere la figura di un valido capo politico dal ruolo dello stesso capo politico.

Per intenderci, in casi simili a quello che si sta vivendo nel panorama governativo ucraino, è lampante la minaccia di un personaggio “di facciata” che copre chi davvero gestisce con la propria “longa manus” le operazioni. Operazioni che nel contesto ucraino riguardano principalmente i delicati avvenimenti in Crimea. Situazioni su cui il neoeletto non sembra aver preso una posizione forte, se non con delle dichiarazioni inneggianti alla pace, per porre fine alle interminabili faide tra i separatisti filorussi e le forze militari ucraine, senza dimenticare di risolvere l’intricata questione che dal novembre 2018 sta coinvolgendo i marinai ucraini arrestati da forze russofile più o meno legittime nello Stretto di Kerch, sul Mar d’Azov.

Mosca, dal canto suo, non appare assolutamente interessata a concedere vantaggi strategici al nuovo presidente; ed in più è evidente come la situazione di perenne disagio e instabilità nel Donbass favorisca il Cremlino nella sua politica di potenza verso i territori che furono dell’URSS: di qualche giorno fa è la notizia del nuovo decreto presidenziale del Cremlino sulla facilitazione del rilascio di passaporti russi per i cittadini ucraini di Lugansk e Donetsk. E l’avvenimento di novembre citato in precedenza evoca la presenza di un conflitto a bassa intensità in cui l’evidente squilibrio tra le forze in campo non permette a Kiev di farsi completa portavoce degli interessi dell’intera comunità ucraina.

Inoltre, la presenza ad intermittenza dell’UE, che si è impegnata con i suoi leader più con le parole che con i fatti, ha complicato e complica un processo di pacificazione. Questo non può esserci senza un coinvolgimento diretto, concreto e duraturo di tutte le parti in causa: agli Accordi di Minsk non avevano presenziato solo i capi di stato ucraino e russo. Purtroppo, però, la debolezza dell’UE è palese: essa è alle prese con meccanismi confederali che prevalgono sulla mal digerita integrazione sopranazionale (eccezion fatta per la celeberrima unione monetaria) che le conferirebbe una maggiore concretezza in politica estera, soprattutto con i vicini prossimi.

Fatto incontestabile sulla figura del neoeletto è l’amicizia che lega Zelens’kyj con l’oligarca ucraino Ihor Kolomojskij, proprietario di uno dei canali di 1+1 Media Group su cui l’attore-politico ha mandato in onda l’anti-convenzionale serie tv di cui si è fatto cenno all’inizio. La vicinanza dell’oligarca agli Stati Uniti, supportata dal suo esilio forzato in Israele dopo le liti con Porošenko, evidenzia come nella politica ucraina continui ad essere più forte il sostegno americano di quello europeo. Parte americana che sembra quasi non voler sostenere totalmente una decisione definitiva sul conflitto del Donbass, timorosa della eventualità che la legittimazione popolare in Crimea possa evidentemente (e nuovamente) manifestarsi nella penisola a vantaggio della acerrima nemica Russia. E la possibilità che gli Stati Uniti considerino, pur con obiettivi completamente differenti da quelli della Russia, la situazione di stallo nel Donbass una condizione non completamente a proprio sfavore, farebbe clamorosamente di Zelens’kyj, seppur indirettamente, un uomo gradito al Cremlino.


Geopolitica Economica: separatore
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Gianfranco Pepe

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