La sfida del nostro tempo: il Cambiamento Climatico

La sfida del nostro tempo: il Cambiamento Climatico

Tutti si mobilitano quando si parla di Cambiamento Climatico, tutti ad elogiare l’ingenua forza di Greta Thunberg, bambina dagli occhi blu e capelli biondi che mostra più lungimiranza di tutti i grandi del Pianeta messi insieme, ma a conti fatti la situazione non cambia, e le belle parole non restano che tali.

Non mi meraviglio infatti leggendo che la Respol, compagnia energetica spagnola, dopo aver dichiarato sostegno all’Accordo di Parigi e dopo essersi impegnata pubblicamente nella promozione di decarbonizzazione delle proprie attività , ha deciso di aprire nuovi fronti di esplorazione e sfruttamento degli idrocarburi in Grecia. Da nord di Corfù a sud di Creta e in quasi tutta la parte orientale e meridionale della fossa ellenica, che ricordiamo essere di importanza ecologica globale perché unico luogo riconosciuto di riproduzione del capodoglio, mammifero marino a rischio estinzione, e habitat naturale di varie specie di delfini e della tartarughe marine, che ricadono nell’ambito di protezione della Convezione di Barcellona.

Così come non mi meravigliai all’indomani dell’elezione negli USA quando fu ufficializzata la dichiarazione di Trump in merito all’Accordo di Parigi. Accordo già debole nei suoi obiettivi e nel suo essere “vincolante”, ma che ha completamente perso di significato con il venir meno dei due grandi colossi economici mondiali e maggiori responsabili delle emissioni, Usa e Cina.

I venerdì per l’ambiente, le marce di protesta in tutte le piazze, i politici che alimentano finte campagne elettorali sull’esigenza di promuovere uno sviluppo sostenibile, vi chiederete, allora, a cosa serve tutto questo se poi le grandi compagnie o i governi continuano a perseguire solo i loro interessi?
Me lo sono chiesta anche io e, anche se con molto scetticismo, un piccolo grande cambiamento non posso non notarlo.

Una coscienza collettiva che va rafforzandosi, è questa la vittoria che, sebbene fatichiamo a vedere perché sembra non porti ai risultati sperati, esiste e si sta imponendo.
Tutto è partito negli anni ’70 del secolo scorso quando per la prima volta il clima è diventato argomento prima di discussione poi di legiferazione, ma è con i successivi anni ’90 e le Conferenze Mondiali, prima fra tutte quella di Rio del ’92, che il tema si è imposto nelle agende politiche.

La mobilitazione delle masse a favore di un cambio di strategie di produzione, le teoria sulla decrescita di Latouche, gli studi di Kuznets sul danno ambientale e la sua curva, l’introduzione dell’impronta ecologica di Mathis Wackernagel e William Rees quale indicatore del consumo di risorse naturali, i primi devastanti effetti dell’innalzamento delle temperature globali, sono solo alcuni degli elementi che hanno condotto ad un risveglio delle coscienze collettive.

Geopolitica Economica: salviamo il pianeta

Quello che è accaduto il lunedì dopo Pasqua a Londra è solo l’ultimo dei tanti eventi che sottolineano questo successo, purché ovviamente si parli di condotte pacifiche. Nei dintorni di Marble Arch, crocevia storico della capitale britannica, accampati sul prato che circonda la testa di cavallo in bronzo, ormai designata come la statua delle proteste, circa 1000 attivisti hanno rilanciato la lotta per il futuro del Pianeta. Un movimento piuttosto convulso, a differenza di quanto accaduto a Parigi e Berlino dove i toni si sono mantenuti più pacati, che prende il nome di ER (Extinction Rebellion) e che riunisce in sé soprattutto movimenti studenteschi.

Una città paralizzata dai disordini e dal traffico, al culmine di una settimana di opposizione pacifica e non violenta. Ciò che si rivendica con ostentazione e forza è il recupero del concetto di sviluppo sostenibile: è come se gli adulti di oggi si fossero dimenticati che la base di tale principio è assicurare anche alle future generazioni il medesimo patrimonio naturale di cui loro hanno beneficiato.

Mobilitare il sistema è la soluzione che si adotta ogni qualvolta ci si trova di fronte a delle crisi, gesto estremo ma forse l’unico che in quel determinato momento dà la sensazione di poter scuotere. Il cambio di paradigma è proprio in questa consapevolezza: forse per la prima volta nella storia stiamo affrontando la questione come una crisi, ecologica, ambientale e più in generale esistenziale, perché è da questo che dipende il nostro futuro, molto più che dall’economia o della politica.

Paradossale credere che l’apice di tale reazione abbia avuto luogo proprio a Londra, e che abbia catalizzato l’attenzione dell’intera opinione pubblica e, facendo passare quasi in secondo piano la dilaniante vicenda Brexit. Un chiaro segnale che giovani e non giovani hanno saputo contraddistinguere l’importante dall’urgenza: il futuro del proprio paese è poca cosa se il nostro Pianeta è destinato irrimediabilmente a scomparire.

Ciò che mi ha stupito più di tutto in realtà è quando puntare sull’emozione riesce ancora a mobilitare. Siamo abituati ad un mondo dove tutto viene misurato, dove la dimensione umana viene sovrastata dai calcoli di efficienza ed efficacia (anche se decidessimo di fare un’analisi di questo tipo la sostanza non cambierebbe, dovremmo agire perché la popolazione mondiale consuma più di quanto riesce a produrre), eppure ciò che muove le coscienze non è altro che la passione e la speranza di un futuro migliore, provando così a combattere quel costante senso di impotenza che ci si presenta ogni qualvolta qualcosa sfugge dal nostro controllo.


Geopolitica Economica: separatore
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Ho 23 anni e mentre gestisco questo blog, sono in quel di Madrid, a circa 2200 km e 2 ore di distanza dalla mia amata città, Napoli. La città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, e mi sono laureata in Relazioni Internazionali, mossa da una strana e viscerale passione per gli intrecci geopolitici della società contemporanea.

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