La necessità di un nuovo inizio

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Kosovo – Serbia: pericolosi progetti di disgelo ed accuse imprudenti

Spesso sui nostri quotidiani sentiamo parlare del problema della Brexit, di come verrà digerita la questione della dipartita dei parlamentari londinesi nello scenario politico europeo e di quali saranno gli sviluppi dell’ennesimo contraddittorio Roma – Bruxelles. Troppo poco spesso, invece, ascoltiamo notizie di un territorio, quello kosovaro, che dista dalle coste italiane meno di una Spagna qualsiasi. Non ci si rende conto che il (mancato) dialogo tra Belgrado e Pristina, considerato un “problema periferico”, nasconda in realtà irrimediabili e catastrofiche conseguenze: seppur vero che rispetto ad 11 anni fa la il clima sembra essere migliorato (la situazione di tafferugli post-proclamazione dell’indipendenza kosovara che avevano dato l’impressione che una nuova guerra fosse stata alle porte era una circostanza facile da migliorare), sono pochi i punti in cui Bruxelles può dirsi soddisfatta della sua mediazione nel calderone balcanico.

Negli ultimi mesi il dialogo, che in realtà assomiglia più ad una comunicazione a gesti pericolosamente inopportuni, ha subito una grave interruzione per via della decisione dell’establishment di Pristina che dallo scorso novembre 2018 mette in atto una politica dei dazi al 100% sui beni importati dalla Serbia: un modo per punire il continuo mancato riconoscimento del Kosovo da parte delle autorità belgradesi.

La risposta serba è sembrata quella di “chi porge l’altra guancia”: dai piani alti di Belgrado è sopraggiunta la richiesta di stabilire una chiara e definita linea di demarcazione territoriale tra la Serbia ed il Kosovo: dal summit di Berlino in poi, dove la delegazione del presidente Vucic ha presentato il progetto di cui sopra ricevendo praticamente il solo sostegno di una non-entità internazionale come la Republika Srpska (ma considerando la storia di quest’ultima, chi avrebbe scommesso un solo centesimo per il contrario?), Belgrado si trova senza un piano B che esuli dall’illegale stanziamento di truppe nazionali nelle terre serbofone del Kosovo, facendo emergere come la Serbia continui a non godere di alcun appoggio dalla comunità internazionale, ed in particolar modo dal nemico numero 2, gli Stati Uniti, tesi ad evitare che la Russia fagociti parte della penisola balcanica.

Geopolitica Economica: il (mancato) dialogo tra Belgrado e Pristina

La proposta di Vucic ha generato dei giganteschi interrogativi anche nella popolazione serba che vedeva nel progetto della demarcazione territoriale la volontà di Belgrado di riconoscere implicitamente al Kosovo la sovranità sull’intero territorio. La motivazione che ha spinto Vucic (o chi per lui) alla formulazione del progetto, però, sembra essere abbastanza chiara: uno scambio di territori di questo tipo innescherebbe un effetto domino dai cui la Serbia ne uscirebbe estremamente rinforzata. Come la storia dello sfacelo jugoslavo degli ultimi anni dello scorso secolo ci ha insegnato, se due entità statali decidono di costruire degli accordi in base alla composizione etnica, ne consegue che altri due facciano altrettanto e così via: e la Serbia da Mitrovica Nord alla Repubblica Srpska, passando per le valli settentrionali della Macedonia del Nord, diventerebbe il più grande Stato del sud-est europeo.

A farne le spese sarebbero le minoranze etniche presenti nei luoghi soggetti a negoziato, di qualunque nazionalità esse siano; e pericolosamente morirebbe l’idea che uno Stato non sia semplicemente un territorio abitato da persone appartenenti alla stessa razza, religione o cultura. E se l’Unione Europea è nata come risposta semi-perfetta al nazionalismo che aveva causato due guerre catastrofiche, sostenere le componenti ultra-nazionaliste che vedono in questo accordo l’innesco per scatenare barbarie è assolutamente uno scenario da rigettare. Per questo motivo, il rifiuto di Bruxelles al piano serbo avrà fatto sorridere i padri fondatori della comunità.

Al fallimento del progetto, Vucic ha manifestato una certa irritazione: il 28 maggio 2019, giorno in cui la polizia nazionale ha disposto l’arresto di 19 criminali nelle regioni del nord del Paese (abitate da una folta comunità legata a Belgrado), egli ha accusato Pristina di minacciare i diritti delle famiglie serbe nei territori settentrionali del Kosovo. In realtà l’accusa era priva di fondamenti, come poi ha sostenuto il comandante KFOR Vincenzo Grasso, in quanto l’operazione portata avanti dalla polizia kosovara era stata una manovra per combattere traffici illeciti e criminalità organizzata: e l’arresto di 4 albanesi e 4 bosgnacchi sulle 19 persone trattenute ne sono una prova. Alle dichiarazioni del presidente serbo sono seguite quelle indignate di Mosca attraverso le parole della portavoce della diplomazia russa Maria Zakharova: probabilmente conseguenza della volontà del Cremlino di vedere rilasciato un suo cittadino, membro dell’UNMIK, arrestato nello stesso giorno.

È chiaro che, per dimostrarsi quanto più real-politici possibile, la strategia del governo serbo di prendere tempo sul riconoscimento del Kosovo è frutto della volontà di non farsi schiacciare da NATO e Stati Uniti, pronti, senza tanti scrupoli, ad impossessarsi del Paese al suo primo passo falso. Inoltre, il male non è necessariamente tutto da un lato: è essenziale che Pristina subisca un’epurazione politica che garantisca una rifondazione del Paese che da tanti anni è guidato da politici che, per usare un eufemismo, non sono del tutto estranei a vicende poco piacevoli da associare a personaggi che dovrebbero guidare un Paese verso la democrazia.

Per questa ragione, il processo bilaterale ha bisogno che qualcuno prema il pulsante Restart, un po’ come si fa con il decoder di Sky; rimpasto in Kosovo, rifiuto di qualsiasi piano che innescherebbe pericolose ondate ultra-nazionaliste, riconoscimento dell’indipendenza kosovara che genererebbe effetti positivi sull’entrata di Belgrado nell’UE, e vigilanza internazionale sulle comunità serbe in Kosovo e quelle albanesi in Serbia.
E quel qualcuno a cui si accennava prima deve essere necessariamente l’Unione Europea. Per ora ci mettiamo in attesa del superamento della fisiologica battuta d’arresto sulla questione balcanica per via delle recenti elezioni politiche che porteranno alla fine del mandato dell’attuale Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri e per la Politica di sicurezza Federica Mogherini. Sperando, quindi, che l’intera diatriba balcanica riprenderà ad essere discussa tra le mura di Bruxelles con maggiore fermezza alla fine dell’anno in corso.


Geopolitica Economica: separatore
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Sono Gianfranco Pepe, un neolaureato neo-25enne con tanta voglia di immergersi attivamente nell'intricato, ma affascinante, mondo della politica internazionale.

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