La morte del Nilo

La morte del Nilo

Nell’aprile del 2011 l’Etiopia inizia la costruzione della diga Grand Renaissance sul Nilo Azzurro, un ramo del fiume originario del paese. Attraverso questo maxi progetto di infrastruttura idrica Addis Abeba avrebbe la capacità di controllarne ora il flusso. La costruzione iniziata nel 2013, facilitata dalla Primavera Araba e dai problemi interni del Cairo, si veda colpi di stato ed estremismi, è stata dichiarata al 62% di completamento. Si prevede che la diga al termine genererà almeno 6450 MW di potenza.

Le centrali idroelettriche non consumano acqua, ma questa è necessaria per riempire la diga e la velocità con cui ciò accadrà andrà inevitabilmente ad influenzare il flusso a valle. L’Etiopia per la prima volta è riuscita a combinare il potere fisico di essere un paese a monte, posizione che gli permette in un modo o nell’altro di controllare l’andamento del fiume, con il potere economico di essere in grado di costruire una diga, ovviamente grazie al sostegno finanziario cinese.

Ecco perché l’Egitto è tanto preoccupato: lo scacchiere geopolitico si è improvvisamente posto a suo sfavore.
Inoltre, il progetto è stato accolto con molto entusiasmo in Sudan: la diga permetterà di ridurre da 8 metri a 2 la differenza tra acqua alta e bassa. Il flusso del fiume arriverà tutto l’anno rendendo i progetti di irrigazione gestibili.
Tale allineamento di posizioni ha costretto il neopresidente Al Sisi, subito dopo la sua presa di potere nel 2014, a richiedere la ripresa della discussione sulla diga e l’impatto che questa avrà sulla distribuzione delle acque del Nilo azzurro. Tutto faceva ben sperare: «at that point that Cairo had adopted “a new vision” concerning the long-running dispute over the Nile and its tributaries, and expressed hope that “the other party responds to it».

Nel marzo del 2015 Al-Sisi, Desalegn e Al-Bashir si riuniscono a Khartoum per siglare una dichiarazione di intenti, una serie di buoni propositi sulla gestione del progetto che non avrebbe intaccato il regolare corso del fiume.
I primi entusiasmi lasciano, però, presto spazio ai limiti dell’attuazione pratica. In primis, il trattato si riferisce solo alla costruzione della diga sul Nilo Azzurro e non ad una concomitanza di intenti sulla gestione del fiume, nella sua totalità, tra stati a monte e a valle. Non si esprime cioè sulla possibilità di un pari accesso in deroga ai diritti storici, facendo un’involuzione anche rispetto all’accordo del 1999, che prospettava la water security all’art. 14. Qualsiasi tentativo di risolvere la controversia facendo appello agli strumenti di diritto internazionale è fallito.

Le diverse interpretazioni dell’art 4 e 10 del Trattato di Helsinki del 1966 sugli usi delle acque dei fiumi internazionali, continuano ad impedire il dialogo.
Sulla base dell’art 10, la richiesta egiziana è incontrovertibile: sospendere la costruzione della diga, alla luce di ciò che l’Egitto potrebbe subire. Si tratta di rischi ambientali e di sicurezza idrica, ma anche sociali. La risposta etiope non può che essere negativa, anche se ufficialmente la posizione è «the consultants’ findings would be taken into consideration at some unspecified future date».

Il breaking point della questione riguarda quanto tempo impiegherà l’acqua a riempire il vaso dell’impianto e quanta ne arriverà a valle. Ciò non è ancora chiaro. Se il riempimento dovesse essere celere (3/6 anni), ciò incrementerebbe la possibilità di sfruttamento dell’Etiopia ma non permetterebbe all’acqua di defluire; al contrario un riempimento lento (all’incirca 15 anni) alleggerirebbe la pressione sui paesi downstream, permettendo loro di ridurre le perdite.

Questa questione resta ancor oggi, quasi a conclusione dei lavori prevista inizialmente nell’ottobre 2018 ma rinviata poi a data da destinarsi, irrisolta. Le intermediazioni di altri attori regionali, quali quelle del Uganda,e internazionali hanno, se possibile, complicato la situazione.
A ben vedere, il fattore geopolitico ha assunto una rilevanza sempre maggiore: sono entrati nella scena nuovi interessi, in primis quelli della Turchia, e vecchie alleanze hanno vacillato riportando in auge tensioni etniche e religiose. Per esempio, più il Sudan si avvicina all’Etiopia, più il Cairo appoggia la causa sud sudanese e ricerca intese con l’Eritrea, ma ciò non fa altro che inasprire le reazioni di Addis Abeba, che accelera i lavori.
Inoltre, agli inizi del 2015 si concretizza una nuova intesa tra Sudan e Arabia Saudita, suggellata dall’intervento sudanese in Yemen a sostegno dell’offensiva saudita e dal finanziamento per i progetti agricoli sudanesi da parte del governo di Rhyad. Lo stesso accade nel 2017 con la Turchia: il Presidente Erdogan in dicembre arriva a Khartoum formalmente per firmare degli accordi di cooperazione economica. Tra questi però, compare anche la concessione per l’amministrazione dell’isola di Suakin nel Mar Rosso per un periodo di 99 anni. Un tempo, quest’isola era una base navale ottomana, la preoccupazione del Cairo è che Ankara voglia tornare ad avere una base militare permanente nel Mar Rosso. Se consideriamo le altri due basi turche in Somalia e in Qatar, il timore è più che giustificato. Qatar e Turchia sono i principali sostenitori dei Fratelli Musulmani, oppositori del regime egiziano. Il Sudan ha così circondato di nemici l’Egitto.

La contromossa non poteva farsi attendere: nel marzo del 2018, Al-Sisi concede all’Arabia due isolette, Tiran e Sanafir, sul Golfo di Akaba, prima via di accesso d’Israele al Mar Rosso, riaprendo una questione congelata da oltre 20 anni, quella del triangolo di Hala’ib. Essendo una zona al confine, rischia di rimettere in discussione la delimitazione esterna dei due paesi. La situazione è andata precipitando: da una parte portaelicotteri egiziani nel Mar Rosso e truppe dell’esercito negli Emirati Arabi Uniti, dall’altra migliaia di unità militari sudanesi al confine con l’Eritrea, che richiamano in causa l’Etiopia. Così anche il tentativo di arbitrato della Banca Mondiale, promosso dall’Egitto per sbloccare l’impasse, viene invalidato.
Tutti grattacapi per Washington, costretta ad assistere ad un’escalation di tensioni tra i suoi partner mediorientali, che “potrebbe stuzzicare gli appetiti” della Russia; i tre leader, sotto l’auspicio dell’intera comunità internazionale, hanno gettato le basi per una nuova trattativa di accordo.

Ciò nonostante, il successivo incontro per l’implementazione della cooperazione, previsto per aprile, è stato disertato dalle autorità etiopi e sudanesi. Entro il 5 maggio le consultazioni avrebbero dovuto aver luogo, per rispettare la timeline decisa ad Addis Abeba in febbraio, ma le differenti interpretazioni circa il report preliminare degli studi di impatto ambientali hanno nuovamente rallentato il dialogo. Al 18 round del 15 maggio 2018, il Comitato Ministeriale della GERD (la Grande Diga Etiopica della Rinascita), formato dai ministri dell’Irrigazione, degli Esteri e dai capi dei servizi di intelligence di Etiopia, Sudan ed Egitto, ha raggiunto, dopo 15 ore di trattative, un accordo che riguarda l’incarico per uno studio sul riempimento dell’invaso. In base a tale intesa, si prevede la formazione di un comitato scientifico, formato da ricercatori indipendenti delle università dei tre paesi, con il compito di coordinare le operazioni di riempimento. Il lavoro deve concludersi entro sei mesi. Inoltre, è stato deciso che il Comitato Ministeriale si riunirà a cadenza semestrale e a rotazione nei tre paesi, per favorire la cooperazione in altri settori ritenuti di interesse preminente.

Il 3 luglio al Cairo, si è infatti tenuto il nuovo vertice trilaterale, ma nuovamente la questione della diga è stata sorvolata, non ci sono progressi tangibili nei negoziati. Il gruppo di studio scientifico avrebbe dovuto discutere gli scenari relativi alle regole di riempimento della diga in conformità con il principio di un utilizzo equo e ragionevole dell’acqua condivisa, adottando nel contempo tutte le misure appropriate per impedire “la causa di un danno significativo”, così come previsto dalla dichiarazione dei principi firmata dai tre stati nel 2015. Il gruppo ha tenuto già due incontri a porte chiuse, ma altri sette ne sono concordati prima di riferire i risultati ai ministri dell’irrigazione dei tre paesi entro il 15 agosto.
Nel frattempo, il 29 luglio si sono celebrati con funzione pubblica i funerali di Simegnew Bekele, capo ingegnere del mega progetto idrico. L’uomo è stato ritrovato morto con un colpo di pistola alla tempia, per il momento non sono state formulate ipotesi, ma si spera che questo non si traduca in un ulteriore motivo per ritardare i colloqui, con nuovo scambio di accuse che alimenti le tensioni.


Geopolitica Economica: separatore
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Ho 23 anni e mentre gestisco questo blog, sono in quel di Madrid, a circa 2200 km e 2 ore di distanza dalla mia amata città, Napoli. La città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, e mi sono laureata in Relazioni Internazionali, mossa da una strana e viscerale passione per gli intrecci geopolitici della società contemporanea.

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