Cina: una potenza artica nell’Asia Orientale

Cina: una potenza artica nell’Asia Orientale

Pechino ha delle grandi aspirazioni per il 21° secolo: il progetto per una nuova Via della Seta terrestre, un’altra marittima e un’altra ancora attraverso l’Artico. Con Xi Jinping alla guida del paese, i grandi piani che l’apparato di partito aveva concepito per rendere la Cina ancor più grande, trovano voce e consensi da parte della maggioranza del popolo cinese. La presidenza di Xi è quella del “Sogno Cinese – Chinese Dream“, dei “no” agli Stati Uniti, del progetto “One Belt One Road“, e della Cina come “Grande Potenza Polare”.

Eppure, l’attuale amministrazione non sta immaginando niente di nuovo rispetto al passato. Tutto rientra nella narrativa politica del Partito che negli anni sta gradualmente svelando una “grand strategy”, per fare della Cina una nazione leader dell’Ordine Internazionale.

La Cina e l’Artico: gli inizi a metà 2012

L’interesse della Cina per l’Artico non è di oggi, cominciò a metà del 2012, quando alla guida del partito c’era ancora Hu Jintao. Fu in quell’anno che, prima Wen Jiabao si recò in visita diplomatica in Islanda e in Svezia e poi qualche mese dopo, nel giugno di quello stesso anno, lo stesso Hu si recò in Danimarca. Era la prima volta che un membro del Politburo del PCC, e perfino un Presidente cinese, si incontrassero con i governi dei suddetti stati, nonostante che, tanto per fare un esempio, con la Danimarca la Cina avesse rapporti diplomatici da più di sessanta anni.

Fu da quel momento che, da Pechino si cercarono dei legami più stretti con gli stati artici, ritenendoli attori indispensabili per lo sviluppo delle politiche artiche. Un forte segnale che la Cina attraverso le diplomazie, fosse desiderosa di partecipare agli sviluppi e alle nuove strategie di “governance” nella regione artica, dalla quale non voleva rimanere esclusa.

Near Artic State – Stato quasi Artico

La Cina iniziò così a definirsi un “near Arctic state“, ovvero uno stato “quasi Artico”, poiché condivideva con gli stati che geograficamente si trovavano nella regione, una serie di interessi nazionali, che da quel momento avrebbe promosso e tutelato attraverso la cooperazione internazionale.

Definirsi una nazione vicina all’Artico, fu una mossa pensata da Pechino per auto legittimarsi a giocare un ruolo di stakeholder (cioè, di attore responsabile) nell’Artico, facendo perno su un’idea di prossimità geografica, nonostante la Cina sia lontana almeno 1.600 chilometri dalla regione. L’idea di prossimità fu sviluppata in relazione ad altri stati non-artici che si trovavano ben più distanti della Cina, ma che erano candidati ad assumere il ruolo di Osservatori Permanenti al Consiglio Artico, come ad esempio il Giappone.

Il governo cinese inoltre, per giustificare la sua presenza nell’Artico, fece pressioni per diffondere l’idea all’interno dell’Ordine Internazionale, dell’Artico come “bene comune” e “fondamentale risorsa per l’umanità”, date le enormi potenzialità che la zona possiede ai fini della ricerca scientifica.
Elaborare una narrativa di questo tipo, non solo dava spazio al colosso asiatico di agire in un luogo che poiché di tutti, apparteneva anche alla Cina, ma su cui nessun’altra potenza, poteva imporre la propria egemonia o monopolizzarne lo sfruttamento delle risorse, in particolare di uranio, ferro e terre rare.

Geopolitica Economica: Politburo cinese (Ufficio politico del Partito Comunista Cinese)
Politburo cinese (Ufficio politico del Partito Comunista Cinese)

Molti analisti di geopolitica hanno commentato le scelte di politica estera cinese, come una volontà da parte di Pechino di diventare una potenza polare. Anzi, nella stampa occidentale, il termine “near-Arctic state” ebbe una particolare risonanza, portando ad un aumento del livello di preoccupazione dei governi occidentali riguardo all’ascesa cinese. Tuttavia, al di là delle speculazioni che furono avanzate, da più parti, al riguardo, circa il tentativo cinese di militarizzare l’Artico, il dato più rilevante che ne emerse fu che la Cina di Xi Jinping veniva in Occidente percepita come una minaccia, e il suo interesse verso l’Artico fece pensare fin da subito al peggio.

Quali interessi ha Pechino nell’Artico?

Comunque, fu proprio l’etichetta di “stato quasi artico” che la Cina si dette, uno dei fondamentali lasciapassare per l’ottenimento dello status di Osservatore Permanente al Consiglio Artico del Maggio del 2013.

Ad ogni modo, l’acquisizione di questa posizione consente alla Cina di interagire circa le politiche artiche e la cooperazione regionale, assieme agli attuali otto Stati membri del Consiglio e gli altri che vi partecipano come Osservatori Permanenti.

Inoltre, attraverso le richieste che la Cina avanza in sede di Consiglio, è possibile comprendere in maniera più chiara gli interessi cinesi sulla regione artica. Fonti di attrazione per la Cina sono sia, le questioni economiche legate allo sfruttamento delle risorse di cui la regione è ricca, ma anche la possibilità di condurre importanti ricerche e test scientifici, possibili solo nelle condizioni climatiche e geografiche che l’Artico possiede.

Proprio lo status di Osservatore Permanente al Consiglio Artico garantisce, la partecipazione di Pechino alle dinamiche in sviluppo nella regione, in particolare nel settore della ricerca che rappresenta un asset fondamentale per la Cina.
Approfittando, infatti, della decisione del Consiglio Artico per cui gli stati Osservatori Permanenti, benché privi di voto, hanno l’opportunità di fornire degli assessment al Consiglio, la Cina ha previsto la presenza del “Polar Research Institute of China – PRIC” tra i gruppi di lavoro del Consiglio stesso. Questo consente alla Cina, ed in verità anche ad altri stati che partecipano alle politiche sull’Artico, tra cui l’Italia, di fornire delle valutazioni capaci di influenzare il processo di decision making, dunque di sostenere i propri interessi nel campo della ricerca scientifica.

In campo economico, l’impressione più evidente è che l’interesse crescente della Cina verso l’Artico, sia volto ad assicurarsi lo sfruttamento sia delle risorse minerarie e gasifere, sia delle nuove rotte marittime che si stanno creando, sia di quelle che potrebbero aprirsi a causa del cambiamento climatico ed al conseguente scioglimento dei ghiacci artici.
Pare che da Pechino si stiano prendendo in seria considerazione le previsioni secondo cui, in un futuro non troppo remoto, si assisterà a un’estensione dello spazio geografico e geopolitico del globo. Qualora si aprisse un passaggio attraverso l’Artico, le esportazioni marittime cinesi ne guadagnerebbero in tempo e profitti. Sarebbero circa tra le 2.000 e le 3.500, le miglia nautiche in meno da percorrere rispetto alle rotte consuete che conducono dai porti costieri cinesi verso la costa orientale del Nord America. Si ridurrebbe inoltre la lunghezza del tragitto dai porti al nord di Shanghai verso i porti dell’Europa occidentale, del Mare del Nord e del Mar Baltico. La nuova tratta permetterebbe dunque alla Cina di quasi raddoppiare i carichi di merci da esportare verso Europa. Inoltre, a beneficiarne sarebbero anche le attività portuali a nord della Cina, aumentando il volume delle merci trasportato. Si stima che il nuovo instradamento attraverso l’Artico, consentirebbe un risparmio dei costi, che la Cina affronta per sostenere il proprio commercio internazionale, valutato tra i $ 50 miliardi ai $ 120 miliardi l’anno.

Geopolitica Economica: rompighiaccio cinese
Geopolitica Economica: rompighiaccio cinese

Attendendoci ai soli dati, l’interesse della Cina per un passaggio commerciale attraverso l’Artico, ha dunque una sua ragione d’essere. Mettendo in relazione le aspettative cinesi sull’Artide con quelle sul piano “OBOR – One Belt One Road” voluto dall’amministrazione Xi, si potrebbe giungere alla conclusione che Pechino stia cercando di costruire una sorta di “Via della Seta, Artica“, che apra nuove strade e opportunità al commercio cinese con il resto del mondo.

Certo, sicuramente quello di Pechino è un rischio, poiché è difficile intuire quali saranno i reali effetti del cambiamento climatico ai quali il nostro pianeta è e sarà soggetto. Potrebbe anche darsi, secondo alcuni studiosi, come Christian Haas, che i ghiacci alla deriva vadano a ostruire, anziché facilitare il famigerato passaggio a nord-ovest. Ciò nonostante, la Cina non è disposta a perdere quest’opportunità, seppur continuando a mantenere, sull’Artico, una politica di low profile. Detto questo, non significa che l’Artico sia assente nell’agenda di politica estera cinese, anzi. Visto che si tratta di una zona di interesse da parte di altre grandi potenze dell’area, come la Russia, è, infatti, un tassello importante per le politiche internazionali e dunque per la Cina stessa, essendo questa una potenza concorrente e partecipe alla leadership mondiale. Oltretutto, la sua presenza nella regione, rappresenta un mezzo attraverso cui difendere un proprio ruolo politico-diplomatico, al fine di sostenere e rendere più assertivo il suo ruolo di Grande Potenza.

Quale sia effettivamente la “strategia” che la Cina stia perseguendo si evince dunque dalle dichiarazioni pubbliche, rilasciate in vari consessi internazionali, e dalle scelte del Presidente e degli altri organi del partito, quali gli incentivi alla cooperazione bilaterale con gli stati artici.

Riportiamo, per esemplificare, due dichiarazioni pubbliche di Pechino, la prima, quella rilasciata all’Assemblea riunita del Consiglio Artico, tenutasi in Islanda il 1° novembre 2014, nella quale si sottolineò che la Cina si muoveva attraverso un approccio pragmatico nell’Artico e osservando che “la cooperazione artica con la Cina, è sempre più in espansione grazie all’incremento di poli di ricerca, opportunità economiche, il trasporto e lo sviluppo delle risorse”.

L’altra, nel mese di ottobre del 2015, in occasione di un’altra riunione tra gli stati artici a Reykjavík, nella quale si affermò, che la Cina è uno dei principali stati interessati alla regione artica, disposto e in grado di dare il proprio contributo allo sviluppo della regione.

Geopolitica Economica: Xi Jinping - Segretario generale del Partito Comunista Cinese
Xi Jinping – Segretario generale del Partito Comunista Cinese

A queste dichiarazioni, in cui per la prima volta l’interesse della Cina sull’Artico veniva considerato pubblicamente, seguì il discorso del presidente e segretario Xi che in visita in Australia, definì la Cina, una “Grande Potenza Polare”. Xi aggiunse che, attraverso la via di una diplomazia regionale e trasversale, Pechino voleva promuovere le relazioni in parti del mondo di volta in volta più lontane dalla Cina, tra cui l’Artico.

La Cina non essendo uno stato artico vero e proprio e in accordo con un discorso politico interno, può giocare solo la carta della cooperazione congiunta per partecipare alla partita sull’Artico, e non solo. In questo continua a perseguire i principi che già guidano la narrativa cinese in politica estera, quali l’idea di sviluppo pacifico e armonioso del mondo e di una collaborazione di tipo win-win con gli stati artici, ribadendo l’importanza del principio della sovranità nazionale.

L’idea però di sviluppo pacifico, convince poco in Occidente, soprattutto se il discorso politico si accompagna a progetti come quello dell’ambasciata di Pechino a Reykjavík, interpretato con un certo allarmismo in Occidente che ha assistito alle opere di ristrutturazione della rappresentanza cinese in Islanda, che di fatto l’hanno resa oggi una delle più grandi al mondo. L’ambasciata cinese in Islanda, terminati i lavori di ampliamento e ristrutturazione, dal 2015 è in grado accogliere al suo interno circa 500 funzionari, in un paese con poco più trecentoventi mila abitanti.

Nuovi scenari geopolitici

La Cina, tuttavia, non è la sola nazione a dimostrare una particolare attenzione per l’Artico, visto che altri Paesi sono ben più coinvolti nella regione, come la Russia che vuole chiaramente aumentare, e si sta muovendo per raggiungere tale obiettivo, la propria presenza nell’area, con una strategia più definita e d’impatto rispetto a quella cinese.

Geopolitica Economica: bandiera della Russia
Geopolitica Economica: bandiera della Russia

D’altra parte, la Russia possiede gran parte delle coste che si affacciano sull’Artico, ed è evidentemente attratta dalle possibilità che potrebbero presentarsi grazie allo sfruttamento delle risorse naturali presenti.

Mosca sta presidiando in maniera sempre più presente il fronte artico e avanza la richiesta alla comunità internazionale affinché le sia riconosciuta la proprietà dell’intera piattaforma euroasiatica per un milione e duemila km, ovvero fino al Polo Nord, oltre all’area che già controlla di duecento miglia dalla costa, come sancito dal diritto marittimo internazionale.
In aggiunta, la Russia sta cospargendo l’Artico di basi di soccorso, necessarie in caso di difficoltà delle navi-container, che potrebbero rivelarsi un’occasione per la militarizzazione della regione.

Sull’esempio russo, dal 2014 la Cina ha pianificato di costruire un secondo e più avanzato rompighiaccio, dal valore di 613 milioni di dollari al fine di “emancipare le capacità di ricerca” nell’Artico.
Di conseguenza, dalla cosiddetta Polar Rush – Corsa Polare, potrebbero dipendere i nuovi scenari geopolitici internazionali, provocando, in primis, delle reazioni da parte degli stati rivieraschi.

Il governo groenlandese, ad esempio, lega lo sfruttamento delle risorse minerarie alla propria capacità di raggiungere l’indipendenza dalla Danimarca. La questione è però, piuttosto controversa e dibattuta. Da una parte, il paese vorrebbe sfruttare in maniera autonoma le proprie risorse minerarie per raggiungere un livello economico e una conseguente capacità di negoziazione politica, tale da permetterle l’emancipazione. Affidare l’estrazione ad aziende nazionali potrebbe condurre a maggiori guadagni per lo stato e a un controllo più efficace e rispettoso delle politiche ambientali da parte del governo di Nuuk. Dall’altra, la mancanza di infrastrutture e risorse economiche proprie però, ha portato la Groenlandia a rilasciare una serie di licenze ad aziende straniere per l’estrazione dei minerali nazionali, e tra queste la Cina.

Un esempio è il progetto Isua, riguardo all’omonima miniera di ferro, una delle più importanti del paese, che a seguito degli accordi con la Groenlandia è stata gestita dalla London Mining, fino al Gennaio 2015, per poi essere acquistata da un consorzio d’industrie cinesi composto da Tewoo, CCCC e dalla General Nice.
Ciò potrebbe permettere alla Groenlandia di raggiungere la capacità economica per rendersi indipendente dalla Danimarca, ma comporta anche degli svantaggi, come ad esempio, la mancata creazione di posti di lavoro per i propri cittadini. Le aziende straniere, infatti, soprattutto quelle cinesi, impiegano i propri lavoratori. Dal 2012, sono circa duemila lavoratori cinesi impegnati nell’estrazione di minerali in Groenlandia. L’ex primo ministro Hammond optò dunque nel 2013 per l’introduzione di royalties da applicare sui profitti dati dalle operazioni estrattive e di rigorosi criteri volti ad assicurare la sostenibilità degli investimenti stranieri e il rispetto degli standard ambientali.

Conclusioni

Diplomazia, cooperazione regionale e partnership per la ricerca scientifica, sono gli strumenti attraverso cui da Pechino si cerca di preservare una zona d’influenza cinese nell’Artico, come negli sviluppi e cambiamenti della governance globale.

Tuttavia, il tema della collocazione geopolitica del territorio è fondamentale e in questo senso, la lontananza della Cina dalla regione dei ghiacci, come il suo essere un concorrente temuto alla guida dell’Ordine Internazionale, non facilitano Pechino. Sia gli Stati Uniti sia gli altri stati rivieraschi preferirebbero contenere l’ascesa cinese. Al momento la presenza cinese potrebbe funzionare però, da contro bilanciamento alle mire espansionistiche e militari russe, poiché rappresenterebbe un’altra grande potenza presente nella regione.

Geopolitica Economica: Polar Rush – Corsa Polare
Geopolitica Economica: Polar Rush – Corsa Polare

La presenza di altri importanti attori nella regione, come la Cina, non è particolarmente efficace come contrappeso alla potenza russa che avanza nella regione artica potenziando una presenza di tipo fisica, cioè costruendo basi di soccorso e basi militari. La Cina, infatti, come evidenziato in questo stesso articolo, ha una strategia che non si contrappone a quella russa. La priorità della Cina sull’Artico è nelle risorse energetiche, di cui ha necessità per continuare il processo di crescita e industrializzazione nazionale, e il cui approvvigionamento sarebbe così ulteriormente diversificato. Il fatto che la Cina cerchi di garantirsi altre fonti di approvvigionamento energetico, attraverso l’Artico e il piano OBOR, dimostra, dunque, che la questione della sicurezza energetica per la Cina s’interseca con la capacità cinese di non essere più dipendente, in termini di risorse energetiche, dalla Russia. Un dato che lascia intendere inoltre, che nonostante le relazioni sino-russe si siano approfondite negli ultimi anni, ancora rimangono caratterizzate da un sentimento di sfiducia reciproca.

Concludendo, se è difficile affermare oggi che la Cina stia avanzando pretese di conquista sulla regione dei ghiacci, d’altro canto, il fatto che l’Artico sia una zona chiave per nuovi sviluppi geopolitici, e in cui Russia e Stati Uniti sono presenti per diritto, non può che spingere la Cina a reclamare anch’essa un suo ruolo in una zona di controllo fondamentale per le nuove politiche internazionale.

La Cina, sempre più, si presenta come un attore fondamentale all’interno dell’Ordine Internazionale e volenteroso di confermare il proprio “status di grande potenza“, che vorrebbe le fosse ufficialmente riconosciuto dalle “grandi potenze occidentali“, e in primis dagli Stati Uniti.
Pechino pertanto, anche se ora i problemi di sicurezza nella regione artica non appaiono eccessivamente preoccupanti, rimane vigile riguardo ai tentativi da parte degli Stati rivieraschi, e di altre grandi potenze, di limitare la sua capacità nella regione.


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