Ahora Vamos?

Ahora Vamos?

Destini simili per Italia e Spagna?

Il rischio di elezioni anticipate sembra accomunare le democrazie dell’Europa Mediterranea: dal 7 Luglio 2019 la Grecia ha un nuovo esecutivo tutto di destra dopo la scommessa persa di Syriza, e Spagna e Italia sono alle prese con una crisi politica dalla non facile risoluzione e dall’imprevedibile epilogo.

Se per l’Italia è stata un’estate bollente e si prevede un autunno di accordi sottobanco e maggioranze improvvisate, la Spagna cerca di correre ai ripari dopo 4 mesi di indecisione e tira e molla.

Nonostante i sorprendenti risultati di Aprile che hanno visto il Partito Socialista atterrare prima il PP e poi averla vinta anche sui favoriti dell’ultradestra di Vox, il primo ministro uscente Pedro Sánchez non ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi e non può governare da solo. Le consultazioni non si sono mai fermate o forse non sono mai iniziate, dipende da che punto di vista esaminiamo la cosa.
Nessuno vuole scendere a compromessi: Sánchez non può permettersi l’entrata al Congresso degli indipendentisti, deve ricevere il sostegno di forze meno “scomode” e se pensava di poter fare affidamento su Unidas Podemos ha presto dovuto ricredersi; il leader Iglesias ben consapevole del passo indietro fatto dal suo partito in aprile non è disposto a rinunciare ad una partecipazione organica al governo, ministri di peso che permettano di rivendicare il merito di riforme progressiste in ambito sociale, vero punto cardine del suo programma politico. Dall’altro lato il leader del PSOE, convinto da mesi di essere l’unico e vero vincitore della tornata elettorale e di essersi così aggiudicato il diritto di scegliere in autonomia la propria squadra di governo, non ha mai mostrato alcun interessamento in questo né tantomeno avrebbe potuto aprire in tal senso, non dobbiamo dimenticarci che la svolta a sinistra è stata mal digerita da alcuni uomini forti del partito molto più vicini alle idee di Ciudadanos. Una frattura interna avrebbe potuto decretare la fine di questa esperienza alla guida dei socialisti.

La soluzione proposta è stata che alcuni ministri sarebbero stati sicuramente scelti tra esponenti e tecnici dalle idee vicine a UP ma nessuno della direzione politica del partito avrebbe potuto far parte del Consiglio. Per Iglesias ovviamente questo è apparso fin da subito inaccettabile e ha criticato la proposta pubblicamente, sostenendo inoltre che scegliere dei tecnici e non dei politici, così come il popolo ha votato, avrebbe infranto uno dei cardini della democrazia. La frattura è andata ampliandosi nelle settimane successive per polemiche, botta e risposta a mezzo stampa, provocazioni social e diffidenza reciproca.

Le distanze sono apparse poi all’improvviso nuovamente sanabili: da un lato Iglesias che rinuncia ad entrare personalmente nella compagine governativa; dall’altra Sánchez che offre ministeri ma offrire “casa, salute e uguaglianza” è suonato più come una provocazione. Un passo avanti e diecimila indietro.

Il culmine si è raggiunto il 25 Luglio scorso quando in occasione del voto di fiducia Podemos ha scelto di astenersi. Lo ha fatto in realtà ben prima della suddetta data, il partito si è riunito infatti nei giorni antecedenti per una votazione interna dalla dubbia validità: sul form sottoposto agli iscritti non vi era possibilità di terze vie, o dentro o fuori. Appoggiare il PSOE per un governo in solitaria o spingere per una coalizione. Per i socialisti è stato solo un pretesto per pulirsi le mani e scaricare le colpe, è davanti agli occhi di tutti che sull’idea della coalizione i due da mesi sono in disaccordo. Le dichiarazioni che sono seguite, in particolare quelle del Presidente di funzione in carica, non lasciano molto spazio ad altri negoziati.

La non fiducia è quasi sempre preludio di elezioni anticipate e non sarebbe certo una novità per la penisola iberica, è infatti già accaduto tra il 2015 e il 2016 con Rajoy che la spuntò su Sánchez per una manciata di voti. Stando alla legge spagnola c’è però ancora tempo, almeno fino a settembre.

Geopolitica Economica: il rischio di elezione anticipate incombe sulla Spagna

Cosa dobbiamo aspettarci? Un passo indietro?
Un accordo improbabile con il PP? Non è da escludersi certo, Sánchez non ha mai negato di aver provato nelle ultime due settimane ad instaurare un contatto con la destra moderata ma Rivera a capo di Ciudadanos non ha mai risposto e Casado del PP tentenna. Una cosa è certa: andare al voto sarebbe una sconfitta per tutti ma lo è più dell’instabilità dilagante? Se può sembrare che per il PP ritornare alle urne sia ancora troppo presto è anche vero che Casado è in una situazione certamente migliore rispetto ai mesi passati quando ha seriamente rischiato di essere politicamente assassinato e tradito dai suoi stessi uomini. Per il PSOE vorrebbe invece poter dire consolidare il proprio potere (sono vicini al 40 per cento) e con l’introduzione proposta del premio di maggioranza al partito più votato (proposta già anticipata dal PP nella precedente legislatura, che però il PSOE non aveva accettato) magari mettere a tacere Iglesias e i suoi che stando agli ultimi sondaggi sarebbero in forte ridimensionamento. Non è da escludersi inoltre che dalla spaccatura interna a Podemos si crei un ulteriore fronte a sinistra, così come accadde in occasione dell’emergere di Vox. Íñigo Errejón, ex braccio destro di Iglesias, ora è in rottura con la dirigenza e minaccia di sottrarre uomini e voti.

Non una vittoria dunque per la sinistra in quanto forza politica unitaria. In un’Europa sempre più a trazione populista la Spagna era stata presentata all’indomani delle elezioni come la speranza, ma ad oggi la frammentazione che apre le porte all’ultradestra suona come un fallimento imperdonabile (attenzione soprattutto per le tensioni mai sopite in Catalogna). Ecco perché il più grande dei rimpianti ad oggi è per l’intero paese. La Spagna ha recuperato un posto nell’Europa che conta, l’economia va a gonfie vele (non risentendo della crisi politica) ma manca una leadership forte capace di fornire un indirizzo politico preciso.


Geopolitica Economica: separatore
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Ho 23 anni e mentre gestisco questo blog, sono in quel di Madrid, a circa 2200 km e 2 ore di distanza dalla mia amata città, Napoli. La città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, e mi sono laureata in Relazioni Internazionali, mossa da una strana e viscerale passione per gli intrecci geopolitici della società contemporanea.

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