Abitiamo il mondo, ma qualcuno lo dimentica

Abitiamo il mondo, ma qualcuno lo dimentica

Nel cuore dei Quartieri Spagnoli la Fondazione Foqus è ormai un punto di riferimento per tutti coloro che non parlano di integrazione ma la mettono in pratica. Negli spazi di Dialogue Place, la cooperativa sociale Project Ahead ha ospitato lo scorso 6 Dicembre, in occasione del secondo Connect Café del 2018, l’evento “Abito il Mondo”.
Da uno sguardo esterno, il solito evento promozionale per la presentazione di un libro, in questo caso quello di Carlo Laurora, ma vi assicuro che è stato molto di più. Non solo un aperitivo multietnico ma storie, racconti e scoperta. Tanti ospiti, più che altro amici, abitanti del quartiere, tutti accomunati dalla passione per i viaggi e per il cibo, chi per lavoro, chi per costrizione, chi per piacere. Incontri che aprono lo stomaco, la mente ma soprattutto il cuore.

Carlo è un ragazzo di 26 anni, che 10 anni fa, come tanti, ha iniziato a scrivere di lui su un blog, un po’ per noia, un po’ per curiosità, un po’ per sentirsi meno solo. Il blog si è poi trasformato nello strumento che gli ha permesso di condividere l’esperienza più forte mai vissuta: il viaggio della sua vita. Un pomeriggio su un computer, la pubblicità di un viaggio per Shanghai, una realtà lontana e sempre sognata, la decisione di provarci.
Il vero viaggio in realtà è cominciato quando sarebbe dovuto finire. Un biglietto di andata senza ritorno, perché viaggiare semplicemente facendo il turista non riserva poi tante sorprese. Carlo, con zaino in spalla comincia così il suo cammino percorrendo la via della seta al contrario, senza aerei, passando dalla Muraglia Cinese alle porte dell’Europa per riapprodare in Italia, prima a Venezia e poi a Roma.

Nel suo libro, “Abito il Mondo, la via della seta senza aerei”, riporta i suoi diari, le sue esperienze, le mille paure, quelle di un ragazzo di 20 anni nelle terre orientali, in realtà più simili a noi di quanto si possa immaginare, e per nulla ostili allo straniero, proprio come raccontava Marco Polo qualche secolo fa. Le foto sul social ti portano lontano: al freddo gelido delle campagne cinesi, alla storia della Grande Muraglia, al blu cobalto dei tempi di Samarcanda, alle anziane signore che filano la tela e pensano al corredo per le nipoti, proprio come accade nei borghi d’Italia.
Si definisce fortunato perché non ha mai ricevuto una porta chiusa, mai nessuno gli ha rifiutato un pasto caldo, ha incontrato mille sorrisi e braccia aperte.

Il mondo è la casa di tutti, possiamo davvero sostenerlo?

Ad ascoltare le storie di Tina & Angelo, marito e moglie dalla battuta facile e dal cuore grande, sembra che Napoli si possa davvero ritenere la capitale del multiculturalismo. Il loro negozio di ortofrutta nel cuore dei Quartieri si trasforma un pomeriggio a settimana in un laboratorio di sperimentazione culinaria. Mischiare ricette, accogliere nuovi sapori e spezie da tutto il mondo; chiedere ad un’americana di passare dal “burger and chips” al riso con curcuma e zenzero e scoprire che le piace, è tutto qui.

Al suo: “Forse non so parlare Italiano, non uso i congiuntivi al posto giusto (le avrei voluto tanto dire che non è l’unica, e che è l’ultima persona al mondo che dovrebbe vergognarsene), ma so che mi basta abbracciare un uomo o una donna per capire esattamente cosa vorrebbe dirmi”, mi stavano per scendere le lacrime e avevo un forte desiderio di cingerle le braccia al collo. Un’umiltà che stupisce, stupisce però solo chi fa finta di non vedere che accade più spesso di quanto possiamo pensare.

Prima di testare le prelibatezze armene messe in pentola dalla cuoca Susanna Poghoyan durante il suo show-cooking, c’è però tempo e spazio per un’altra grande storia.
Questa volta il racconto somiglia a quello di tante altre tristi vicende che i Tg, i programmi di intrattenimento pomeridiano ci propinano e cui purtroppo siamo abituati e su cui abbiamo sviluppato un dilagante cinismo.

Pierre Preira è senegalese, ma in fondo è italiano quasi quanto me e sicuramente più napoletano di quanto potrò mai sperare di essere. Ha trovato casa qui dopo un viaggio, di cui porta ancor oggi i segni addosso.
Per fare il giro del mondo non occorre una vita e nemmeno 80 giorni come nel film, bastano 4 ore, voglia di camminare, ascoltare ed assaggiare ed il gioco è fatto. Con la sua cooperativa Casba ha promosso il Migrantour Napoli: anche la nostra città è entrata a far parte del network europeo Migrantour Intercultural Urban Route insieme a Torino, Genova, Milano, Roma, Firenze, Lione, Parigi, Lisbona e Valencia.

Geopolitica Economica: Migrantour Intercultural Urban Route

Cittadini di diverse nazionalità creano passeggiate diversamente turistiche per permettere ai partecipanti di immergersi nelle tradizioni dei diversi mondi che abitano la nostra città, e per farci scoprire che la conosciamo davvero poco. Dei ciceroni d’eccezione con itinerari in continua evoluzione che attraversano la prima macelleria halal, gli alimentari algerini, la Moschea di via Firenze, il mercato senegalese di via Bologna e i parrucchieri africani.

Irrinunciabile e tappa fissa è, però, la Pasticceria Lauri. Non è solo un modo per concludere con dolcezza una lunga passeggiata ma è un’ulteriore testimonianza di integrazione. L’insegna dice già tutto: “Allah e Accà – la prima pasticceria islamica di Napoli”.

Il “casatiello” è un piatto della tradizione, uno di quelli irrinunciabili durante le feste, ma come tutte le mamma e le nonne sanno, per l’impasto ci si serve dello strutto. Lo strutto è ottenuto per fusione dei grassi presenti nel tessuto adiposo dei maiali, per questo motivo il piatto sarebbe improponibile agli Islamici. Luigi Lauri, ultimo rappresentante della lunga generazione di pasticceri, ha deciso di innovare e di farlo non aggiungendo ma eliminando. Via lo strutto dal “casatiello” e più olio extravergine d’ulivo, non più rum nel “babà” ma acqua di rose.

Impariamo a non riempirci la bocca di parole sull’integrazione e sul’accoglienza e proviamo a fare realmente qualcosa in tal senso.


Geopolitica Economica: separatore
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Ho 23 anni e mentre gestisco questo blog, sono in quel di Madrid, a circa 2200 km e 2 ore di distanza dalla mia amata città, Napoli. La città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, e mi sono laureata in Relazioni Internazionali, mossa da una strana e viscerale passione per gli intrecci geopolitici della società contemporanea.

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